Tesi di Laurea
La Formazione Professionale
in Agricoltura;
Un'evoluzione di tarda modernità.
Siano Domenico

  

Estratto da “Politiche formative e azione degli enti bilaterali nell’esperienza dell’artigianato” di Marco Manariti in Formazione & Cambiamento del Dicembre 2003 n. 24.

1. Gli Enti Bilaterali e la loro missione

Partiamo con una domanda: in concreto, cosa sono gli Enti Bilaterali? Si può affermare che si tratta di spazi di azione finalizzati a fornire servizi e prestazioni alle parti sociali e dove i sindacati e le organizzazioni datoriali si incontrano per dialogare, risolvere problemi e prevenire il conflitto, quindi si tratta di una sorta di nuova “arena in cui vengono prese le decisioni” (Crozier-Friedberg 1978) ed in cui i diversi attori si impegnano a tradurre in pratica (Callon 1986; Latour 1998; Gherardi-Lippi 2000) le politiche formative europee legate al LifeLong Learning. In questi spazi i diversi stakeholder risolvono problemi, fanno circolare informazioni e generano nuova conoscenza finalizzata ad innalzare la qualità dei processi del proprio settore, …

Il settore della formazione quindi si arricchisce di nuovi attori che vanno a costruire un campo organizzativo (Powell-Di Maggio 2000) sempre più densamente popolato. Questa nuova realtà organizzativa rispecchia i più recenti paradigmi produttivi, improntati ad attivare processi di cooperazione e dialogo tra le rappresentanze dei lavoratori e degli imprenditori e, più in generale, tra tutti gli stakeholder. Lo scopo, quindi, è quello di sottoporre al confronto delle tematiche sociali scottanti, come per esempio la formazione, che senza uno spazio di dialogo condiviso potrebbero portare a situazioni di conflitto e di stallo, con la conseguente non decisione e inazione delle politiche formative.

Nel corso degli ultimi anni i diversi Enti Bilaterali sono aumentati di numero e, soprattutto, “stanno entrando a regime”, ovvero stanno ampliando e moltiplicando il numero e le tipologie di prestazioni fornite. Questa crescita è parallela all’aumento di aziende e di lavoratori iscritti agli Enti Bilaterali, un processo che ha portato ad un rafforzamento di questo sistema di relazioni industriali che ha avuto, parallelamente, dei forti riconoscimenti istituzionali. Prima con la presentazione del “Libro Bianco sul mercato del lavoro in Italia” e poi, più recentemente, con la Legge Biagi, agli Enti Bilaterali vengono assegnati compiti e opportunità che valorizzano il ruolo di queste organizzazioni come uno dei fulcri intorno a cui avviare il processo di cambiamento e di miglioramento del mercato del lavoro e del sistema di Welfare. Oltre alla formazione continua, il mercato del lavoro, la gestione degli ammortizzatori sociali, la certificazione delle tipologie contrattuali ibride e a confine con la subordinazione e l’autonomia, diventano una frontiera di azione dove gli enti bilaterali sono i concreti traduttori locali dei processi di riforma.

1.1 La logica d’azione della Bilateralità

La logica della bilateralità è ispirata dal modello partecipativo e cooperativo e dalle commissioni paritetiche che nascono ed emergono nella metà degli anni ’80 come paradigma diverso e contrapposto al modello del conflitto. Seguendo questa logica, gli organi direttivi e amministrativi sono composti secondo il principio della pariteticità, per cui sono rappresentati equamente sia le Organizzazioni Sindacali che le Organizzazioni Datoriali, i cui rappresentanti vengono eletti seguendo delle rotazioni reciproche. Generalmente, per prendere le decisioni si segue la regola dell’unanimità che è tipica dei sistemi partecipativi rispetto alla logica della maggioranza tipica dei sistemi conflittuali. Questo chiaramente può portare al rallentamento dei processi decisionali ma al tempo stesso si pongono le basi per la motivazione ed il coinvolgimento democratico ed attivo di tutti gli stakeholder. Far incontrare tutti questi attori infatti fa lievitare i costi di transazione (Williamson 1991) ma sul medio-lungo periodo genera effetti positivi mediante la corresponsabilizzazione e la compartecipazione collettiva ai processi in costruzione.

D'altronde questa modalità relazionale rispecchia la filosofia Europea improntata a promuovere il dialogo sociale, policy parallela e trasversale a tutte le politiche europee, finalizzata a dare un forte impulso alle strategie di partenariato e di coinvolgimento dei diversi stakeholder. In generale, nelle organizzazioni queste nuove strategie tendono a corresponsabilizzare e a coinvolgere attivamente i lavoratori nei processi produttivi, alimentando circuiti relazionali virtuosi improntati sulla cooperazione e sulla fiducia, anche perché questo modello sembra rispondere meglio alle turbolenze e ai frequenti mutamenti imposti dal modello produttivo globalizzato e post-fordista.

1.2 Strutture e configurazioni formali

Cercare di capire cosa sono gli Enti Bilaterali oggi e, soprattutto, come si configura il sistema di relazioni è cosa davvero complessa a causa delle diverse velocità e articolazioni con cui il sistema si è sviluppato nelle diverse regioni. Dei rigorosi studi empirici su queste organizzazioni sono ancora da costruire, ma dalla letteratura presente e dai documenti analizzabili l’immagine probabilmente migliore per descrivere questa realtà è quella di un sistema che si sviluppa con una configurazione a geometria variabile da regione a regione, in base al tipo di Ente Bilaterale ed in base ai diversi livelli (territoriale e/o settoriale) e alle prestazioni assicurate.

Ma chi sono a livello nazionale gli Enti Bilaterali più importanti? Ce ne sono diversi, sempre promossi da una parte dai sindacati confederati Cgil, Cisl, Uil e dall’altra da diverse organizzazioni datoriali, che possono essere singole come nei casi dell’Organismo Bilaterale Nazionale per la Formazione (di Confindustria), dell’Ente Nazionale per la Formazione e l’Ambiente (della Confapi) e di Chirone 2000 (dell’Intersind); oppure plurali come nel caso dell’Ente Bilaterale Nazionale dell’Artigianato (Confartigianato, CNA, CASA, CLAAI), dell’Ente Bilaterale Nazionale del Turismo (Federalberghi, Fipe, Fiavet, Faita, Intersind) o di Coop-Form (AGCI, Lega, CCI).

Ogni Ente Bilaterale si sceglie una propria veste giuridica che normalmente varia tra la Società a Responsabilità Limitata come per Chirone 2000, la forma consortile come per l’OBNF, o l’associazione senza scopi di lucro come per l’EBNA e l’ENFEA. Ogni forma giuridica comporta delle precise configurazioni in termini di cariche direttive e, quindi, di capacità decisionale e di reale incisione sulle dinamiche organizzative. Come detto in precedenza, normalmente negli Enti Bilaterali si cerca di bilanciare i reciproci poteri in quote paritetiche per i rappresentanti delle diverse parti sociali e quasi sempre per prendere delle decisioni non è richiesta la maggioranza ma l’unanimità proprio per cercare quella corresponsabilizzazione che è l’essenza stessa della pratica bilaterale.

In generale, gli Enti Bilaterali si strutturano secondo una configurazione a stella (Vinck 2001), in cui il livello centrale svolge attività di programmazione strategica, organizzativa e di coordinamento, mentre i livelli locali contestualizzano le iniziative, costruiscono le reti relazionali territoriali e danno feed-back al livello centrale che così può nuovamente programmare le proprie politiche a livello di sistema nazionale. Poi tutto varia perché ogni Ente Bilaterale nasce per uno scopo preciso, che varia da settore a settore e, a volte, nello stesso settore varia da regione a regione, tutto è ulteriormente diverso tra nord, centro e sud: queste variabili configurano un sistema variegato e multiforme.

Ma come nascono a livello regionale gli Enti? Tendenzialmente si possono individuare due modelli attraverso cui nascono e si strutturano queste organizzazioni meso-sistemiche: sulla scia di accordi presi a livello nazionale, seguendo quindi dinamiche di tipo Top-Down, come per esempio nel caso dell’OBNF; oppure da dinamiche Bottom-Up, da territori che per storia, cultura e tradizione o comunque per la spinta di leader locali, hanno visto nascere gli enti regionali prima di quelli nazionali, come per esempio nel caso dell’EBNA.

Una volta disegnato a grandi linee lo scenario attuale, compiamo un processo di decostruzione, cioè procediamo a ritroso per evidenziare la storia e le radici del processo che ha portato all’attuale strutturazione degli Enti Bilaterali.

2 I sentieri storici e le tipologie di Bilateralità

…gli Enti Bilaterali possono essere di diversi tipi ma, essenzialmente, una tipologia di classificazione è quella di distinguere tra Enti di natura interconfederale ed Enti di natura settoriale e/o categoriale.

Agli Enti Bilaterali di natura settoriale-categoriale si fanno risalire le prime esperienze di bilateralità, infatti l’edilizia e la grafica nascono formalmente negli anni ’50. Per quanto riguarda gli enti di natura interconfederale il primo ente formalmente costituito è del 1983 ed è proprio il settore artigiano. In realtà, pre-esistevano pratiche più o meno sperimentali di bilateralità sviluppate a livello regionale che hanno anticipato la nascita degli enti nazionali, ma si tratta di pochi casi isolati.

Accanto a queste sporadiche ed estemporanee date simbolo della nascita ufficiale delle pratiche bilaterali italiane, bisogna segnalare i primi anni novanta, come anni di autentico fermento per lo sviluppo del sistema. Maturano infatti tra il ’93 e il ’94, oltre a Chirone 2000 che nasce nel 1987, le intese che portano alla nascita degli Enti Bilaterali presentati precedentemente:

Ø             20 gennaio 1993: nasce l’OBNF dall’accordo tra Confindustria e Organizzazioni Sindacali.

Ø             2 febbraio 1993: nasce l’EBNA dall’accordo tra Organizzazioni Artigianali e Organizzazioni Sindacali.

Ø             13 maggio 1993: nasce l’ENFEA dall’accordo tra Confapi e Organizzazioni Sindacali.

Ø             23 luglio 1994: nasce Coop-Form dall’accordo tra le Associazioni della Cooperazione e le Organizzazioni Sindacali.

Come si vede si tratta di un biennio di importanti novità che mettono a sistema alcune delle eterogenee esperienze sperimentali emerse a livello regionale, costruendo un modello di relazioni sempre più articolato e territorialmente reticolare, proprio come suggeriscono le moderne politiche europee, che spingono per la creazione di sistemi locali di istruzione, formazione e lavoro integrati. Non a caso questo biennio di fermento scaturisce dai provvedimenti relativi all’accordo del luglio 1993, da cui nasce la 236/93 che riguarda la formazione continua, e si inserisce nel Patto per il lavoro del 1996, da cui nasce la 196/97 meglio nota come pacchetto Treu, il sistema della bilateralità ottiene poi ulteriori riconoscimenti istituzionali col Patto Sociale per lo Sviluppo e l’Occupazione del 1998. Questi provvedimenti legislativi riconoscono e rinforzano gli Enti Bilaterali che, con la recente legge Biagi per la riforma del mercato del lavoro si vedono riconosciuti come uno dei punti di passaggio obbligato (Latour 1998) nel campo della formazione…

3.2 La Formazione Continua

La formazione continua viene definita come quell’area di attività formative che tracciano sentieri di apprendimento successivi alla formazione iniziale e che interessano prevalentemente, ma non solo, gli individui occupati e/o che hanno perso il proprio lavoro (Frigo 2000).

Negli ultimi anni diversi sono stati i progetti finanziati dal Fondo Sociale Europeo per attivare questi processi formativi ma tutto si è svolto in maniera spesso episodica ed atomistica. Attualmente si stanno organizzando delle nuove strategie e modalità attraverso cui far partire in maniera più sistematica e sistemica le attività relative alla formazione continua. In particolare, creata la condivisione sulla logica di azione bilaterale e condivisa la necessità strategica della formazione continua, si stanno formando e consolidando i diversi fondi interprofessionali che sostengono economicamente la formazione continua, ovvero si sta costruendo il mezzo, i Fondi Interprofessionali, attraverso cui sostenere il fine, la formazione continua. Con l’approvazione della L. 388/00 (art. 118 della Finanziaria 2001), in attuazione dell’art. 17 della L. 196/97 si stanno costruendo i fondi interprofessionali che sono il mezzo per sviluppare e consolidare l’architettura del sistema italiano di formazione continua. Questi fondi interprofessionali nascono grazie alle risorse accantonate volontariamente dalle aziende (nella percentuale dello 0,30% del salario mensile versato dai datori di lavoro del settore privato per l’assicurazione obbligatoria contro la disoccupazione involontaria), attualmente stanno nascendo presso ogni Ente Bilaterale Nazionale diversi fondi interprofessionali, …

Di cosa si occupano in concreto questi Fondi? I Fondi non si occupano direttamente di formazione, nel senso che l’intervento nelle aule spetta ad altre tipologie di organizzazioni: i Fondi sono organizzazioni strutturate sempre secondo il  criterio della bilateralità che hanno il compito di approvare e di finanziare quei progetti formativi ritenuti interessanti e provenienti da imprese, sindacati, associazioni ed altre organizzazioni territoriali...

Quindi i Fondi Interprofessionali si trovano all’interno delle politiche costruite dagli Enti Bilaterali e agiscono per finanziare la Formazione Continua che interviene, come detto precedentemente, per innalzare la qualità delle risorse umane e questo sia nell’interesse dell’individuo, che acquista maggiore potere contrattuale e capacità di poter transitare in diverse aziende e professioni, che nell’interesse delle imprese e delle economie locali e globali.

Conclusioni

Le dinamiche del cambiamento investono diversi piani e i processi di glocalizzazione portano ad un ripensamento e ad un cambiamento del sistema della rappresentanza sociale ed economica degli interessi. I cambiamenti sono veloci e la chiave competitiva dei territori e dei paesi già non è più la disponibilità di specifici stock di conoscenze, ma è la loro capacità di apprendere e modulare le proprie azioni adattandole sincronicamente con gli intensi e frequenti processi di mutamento (Lundvall-Borras 1999; Archibugi-Lundvall 2001).

Gli Enti Bilaterali possono e devono diventare degli attori reticolari (Callon 1986; Latour 1998; Gherardi-Lippi 2000), ovvero dei propulsori di reti di azione che promuovo e partecipano al processo di sviluppo dei territori, generando delle spirali di crescita che coinvolgono allo stesso tempo sia imprese e lavoratori che i livelli comunitari, nazionali e regionali, in perfetta coerenza con le tendenze di una moderna Learning Economy.

In questo senso la bilateralità si pone come uno strumento innovativo e moderno di nuova regolazione delle relazioni industriali. L’entrata in azione nel campo organizzativo di un nuovo organismo chiaramente crea ambiguità e problemi di rimodulazione dei ruoli, infatti bisogna chiarire quale è il rapporto che si crea con l’entrata in concorrenza degli enti bilaterali con le altre organizzazioni e, in particolare, è da chiarire quale è il ruolo degli Enti Bilaterali rispetto alle tradizionali sfere di azione dei sindacati e delle imprese.

Comunque, di sicuro gli Enti Bilaterali non sono, come afferma Leonardi, “…una deriva retorica e tecnocratica dello scambio politico neo-corporativo…” (Leonardi 2002), o per lo meno non è di per sé la bilateralità che porta a dei processi così negativi perché la bilateralità è uno spazio di dialogo sociale che è sicuramente da vedere come cosa positiva, poi tutto ciò può dare il via a circoli virtuosi o viceversa a derive negative ma ciò dipende da chi siede al tavolo del confronto e non dal modello della partecipazione, che di per sé non esclude neanche il conflitto. Come detto precedentemente, bilateralità significa in sostanza servizi, prestazioni e dialogo, incontro, co-progettazione, spazio comune di azione: tutto ciò chiaramente non esclude momenti di scontro e di acceso dibattito...

Sulla carta gli Enti Bilaterali sono dei propulsori di innovazione e il percorso di concreta traduzione in pratica delle politiche formative sarà tutt’altro che semplice e lineare, la riuscita complessiva della policy dipende dall’azione di un complesso network di strutture di implementazione (Hjern-Porter 1988). Non è quindi facile prevedere l’azione degli Enti Bilaterali fra 5-10 anni, anche perché il quadro è ancora in movimento, i processi di federalismo non sono ancora chiari e il rischio di frammentazione del sistema è sempre molto alto, quest’ultimo fattore spiega l’importanza e il ruolo centrale di regia che devono svolgere gli Enti Bilaterali Nazionali all’interno di un sistema di governo multilivello che intreccia e giustappone i livelli comunitari, nazionali e regionali.