INFORMAZIONI E DATI DI SINTESI SULLE CARATTERISTICHE DEL
SETTORE AGRICOLO ITALIANO
Il
quadro generale che ci permette di descrivere in modo efficace l’agricoltura
italiana, mettendo in luce le profonde differenze tra circoscrizioni
territoriali in termini di strutture e performance economiche, può essere
sinteticamente tratto dalle analisi compiute in seno al tavolo settoriale di
concertazione nazionale dedicato all’agricoltura ed allo sviluppo rurale
nell’ambito della programmazione dei fondi strutturali comunitari 2000-2006.
L’agricoltura
italiana rappresenta oltre il 20% di quella comunitaria in termini di valore
aggiunto, raggiungendo il primo posto tra i paesi dell’UE, e il 16% in termini
di produzione vendibile (PV), collocandosi al secondo posto dopo la Francia. Il
settore agricolo, inoltre, produce il 3,8% del valore aggiunto nazionale e
impiega il 7% degli occupati totali.
La
perfomance complessiva del settore agricolo è la risultante delle profonde
differenze che caratterizzano le diverse aree del paese. I diversi risultati
economici conseguiti dall’agricoltura nelle due circoscrizioni territoriali
sono il riflesso di differenze in termini di modelli produttivi, grado di
ammodernamento delle strutture, sviluppo tecnologico, struttura delle aziende agricole
e specializzazione produttiva.
Nel
1996 il VA per unità di lavoro nell’agricoltura nel Mezzogiorno si è attestato
sui 28,5 milioni di lire correnti contro i 41,5 delle regioni
centro-settentrionali. La redditività della terra è pari a 3,6 milioni di lire
correnti per ettaro nel Meridione, rispetto ai 4,7 delle regioni
centro-settentrionali.
E’
necessario considerare, inoltre, che molte aziende italiane, anche di piccole
dimensioni, nel processo di adattamento al contesto economico locale hanno
imparato a fondare la propria capacità di sopravvivenza su una molteplicità di
fonti di reddito, finendo col rispondere ad una pluralità di funzioni
economiche e sociali.
D’altro
canto, la ridotta capacità di produrre reddito e di gestire in maniera
efficiente i rapporti con il mercato di numerose aziende non è semplicemente
imputabile alle ridotte dimensioni fisiche ma è legata anche fattori quali la
senilizzazione dell’occupazione agricola e la mancanza di ricambio
generazionale, le carenze di tipo organizzativo e gestionale, l’incapacità di
promuovere adeguate strategie di valorizzazione/differenziazione delle
produzioni.
Il sistema
agro-industriale italiano: caratteristiche strutturali
|
|
|
|
|
INDICATORI STRUTTURALI
|
SUD
|
CENTRO
NORD
|
|
|
|
|
|
Consumi
alimentari / PIL 1995 (%)
|
19,9
|
12,2
|
|
Consumi
alimentari / Consumi totali 1995 (%)
|
21,4
|
16,1
|
|
|
|
|
|
Valore Aggiunto
(VA) industria agroalimentare/ VA sistema agroalimentare 1996 (%)
|
20,0
|
42,6
|
|
VA agricoltura /
VA totale 1996 (%)
|
5,8
|
2,8
|
|
Unità di lavoro
agricoltura / Unità di lavoro totali 1996 (%)
|
13,5
|
5,6
|
|
VA industria
agroalimentare / VA industria 1996 (%)
|
7,0
|
6,5
|
|
|
|
|
|
VA agricoltura
circoscrizione / VA agricoltura Italia 1996 (%)
|
40,3
|
59,7
|
|
VA industria
agroalimentare circoscrizione / VA industria agroalimentare Italia 1996 (%)
|
18,7
|
81,3
|
|
|
|
|
|
Superficie
Agricola Utilizzata (SAU) / Superficie Agricola Totale (SAT) 1996 (%)
|
79,0
|
67,0
|
|
SAU/azienda 1996
(ettari)
|
5,2
|
7,0
|
|
Dimensione media
degli allevamenti suini 1996 (n. di capi)
|
7,6
|
60,6
|
|
Dimensione media
degli allevamenti bovini e/o bufalini 1996 (n. di capi)
|
21,6
|
36,4
|
|
Aziende agricole
di dimensione inferiore a 5 ettari 1996 (% sul totale regionale)
|
81,7
|
74,2
|
|
Superficie delle
aziende agricole di dimensione inferiore a 5 ettari 1996 (% sul totale
regionale)
|
22,5
|
16,3
|
|
Aziende agricole
di dimensione economica inferiore a 12 UDE* 1996 (% sul totale regionale)
|
89,9
|
81,1
|
|
Reddito
prodotto** dalle aziende agricole di dimensione economica inferiore a 12 UDE
1996
(% sul totale
regionale)
|
38,1
|
20,1
|
|
Aziende con conduttore
di età superiore ai 65 anni 1996 (% sul totale)
|
38,3
|
36,3
|
|
SAU per Unità di
lavoro agricoltura 1996 (ettari)
|
7,9
|
8,9
|
|
Superficie
irrigabile/SAU 1991 (%)
|
16,2
|
34,5
|
|
SAU in
pianura/SAU totale 1991 (%)
|
21,1
|
38,8
|
|
|
|
|
|
Produzione
Vendibile (PV) circoscrizione / PV Italia 1997 (%)
|
37,8
|
62,2
|
|
PV
vitivinicoltura / PV 1997 (%)
|
12,5
|
8,7
|
|
PV olivicoltura /
PV 1997 (%)
|
12,3
|
0,8
|
|
PV agrumicoltura
/ PV 1997 (%)
|
8,2
|
0,02
|
|
PV frutticoltura
/ PV 1997 (%)
|
5,4
|
6,4
|
|
PV zootecnia / PV
1997 (%)
|
22,1
|
50,1
|
* Un'UDE (unità
di dimensione economica) corrisponde a 1.200 ecu di Reddito Lordo Standard.
** Il reddito
prodotto è misurato nei termini di Reddito Lordo Standard (RLS)
Fonte:
elaborazioni INEA su dati ISTAT
Infatti,
un altro elemento di debolezza strutturale del comparto agricolo è costituito
dalla scarsa capacità degli operatori di organizzare la propria offerta,
soprattutto mediante la costituzione di organizzazioni di produttori in grado
di offrire un reale servizio di aggregazione, valorizzazione e vendita della
produzione.
Elementi
cruciali ai fini della competitività del sistema agroalimentare sono
l’esistenza di un comparto industriale in grado di svolgere una funzione
trainante sull’organizzazione delle strutture agricole, valorizzandone le
potenzialità, e la presenza di un moderno settore distributivo capace di
stimolare un processo di razionalizzazione dell’offerta.
Un
dato interessante è costituito dalla specializzazione dell’industria di
trasformazione dei prodotti agricoli meridionale negli stessi comparti (ad
esempio oli e grassi, frutta e ortaggi) in cui esiste una specializzazione
produttiva agricola (misurata in termini di incidenza della PV di comparto su
quella totale dell’area), elemento che testimonia una forte specificità di
comparto e territoriale dell’industria alimentare. Tale circostanza configura
la possibilità di uno sviluppo agro-industriale basato su filiere territoriali
e distretti produttivi.
Il sistema
agro-industriale italiano: indicatori di performance
|
|
MEZZOGIORNO
|
CENTRO-NORD
|
%
|
|
|
(A)
|
(B)
|
(A/B)
|
|
INDICATORI
DI PERFORMANCE
|
|
|
|
|
VA agricoltura
per ettaro di SAU 1996 (milioni di lire)
|
3,6
|
4,7
|
76,7
|
|
VA agricoltura
per Unità di lavoro 1996 (milioni di lire)
|
28,5
|
41,5
|
68,7
|
|
VA industria
agroalimentare per Unità di lavoro 1996 (milioni di lire)
|
89,6
|
95,9
|
93,4
|
|
|
|
|
|
|
Reddito medio*
aziendale agricolo 1996 (UDE**)
|
5,8
|
10,9
|
53,7
|
|
Reddito medio
delle aziende agricole di dimensione superiore ai 12 UDE 1996
|
35,6
|
45,8
|
77,8
|
|
Reddito netto per
unità di lavoro*** media 1994-95 (milioni di lire)
|
|
|
|
|
a) cerealicoltura
|
25,6
|
21,4
|
119,7
|
|
b) orticoltura
|
19,6
|
20,1
|
97,3
|
|
c) frutticoltura
|
18,3
|
22,0
|
83,1
|
|
e) misto
colture-allevamenti
|
17,3
|
23,6
|
73,3
|
|
f) misto
arboree-erbaceo
|
16,3
|
16,5
|
98,7
|
|
g) olivicoltura
|
18,6
|
|
|
|
h) latte****
|
30,1
|
60,1
|
50,0
|
|
|
|
|
|
|
Investimenti
fissi lordi agricoltura / VA agricoltura 1995 (%)
|
22,6
|
40,0
|
|
|
Investimenti
fissi lordi agricoltura / Investimenti fissi lordi totali 1994 (%)
|
6,0
|
7,5
|
|
|
Investimenti
fissi lordi industria agroalimentare / VA industria agroalimentare 1995 (%)
|
21,5
|
25,0
|
|
|
Finanziamenti
oltre il breve termine agli investimenti in agricoltura - erogazioni 1997 (%)
|
16,1
|
83,9
|
|
|
|
|
|
|
|
Consumi intermedi
agricoltura / PV 1997 (%)
|
20,8
|
33,2
|
|
|
|
|
|
|
|
Trattrici e
motoperatrici acquistate nuove di fabbrica per circoscrizione 1997 (%)
|
35,8
|
64,2
|
|
|
|
|
|
|
|
Esportazioni
agricoltura circoscrizione / Esportazioni agricoltura Italia 1997 (%)
|
32,4
|
67,6
|
|
|
Esportazioni
industria alimentare circoscrizione / Esportazioni industria alimentare
Italia (%)
|
16,3
|
83,7
|
|
|
Importazioni
agricoltura circoscrizione / Importazioni agricoltura Italia 1997(%)
|
16,8
|
83,2
|
|
|
Importazioni
industria alimentare circoscrizione / Importazioni industria alimentare
Italia (%)
|
12,6
|
87,4
|
|
|
Saldo
Normalizzato della bilancia agroalimentare 1997(%)
|
-7,0
|
-26,7
|
|
|
Spesa per
l'attività di ricerca e sperimentazione in agricoltura negli istituti a
carattere regionale 1997(%)
|
34,4
|
65,6
|
|
* Il reddito
medio aziendale è calcolato in termini di Reddito Lordo Standard.
** Un'UDE (unità
di dimensione economica) corrisponde a 1.200 ecu di Reddito Lordo Standard.
*** Dati
relativi al campione di aziende agricole della Rete di Contabilità Agraria. Il
dato dell'orticoltura riportato nella colonna relativa al Centro-Nord è
limitato ad un campione di aziende dell'Italia Centrale. Per l'olivicoltura il
campione riguarda esclusivamente l'Italia Meridionale.
**** Per il
latte il confronto è tra il Centro-Sud e il Nord
Fonte:
varie
Dal
punto di vista ambientale è interessante notare alcuni aspetti relativi alla
gestione della risorsa idrica. Mentre a livello nazionale si registra un
parziale equilibrio tra risorse idriche disponibili e fabbisogni, situazioni di
deficit idrico si manifestano in molte regioni meridionali in modo ormai
"cronico". Si tratta in taluni casi di vere e proprie emergenze
idriche, aggravate quasi sempre da un decadimento qualitativo della risorsa.
Eppure raramente nelle aree interessate da questi fenomeni, sono attuate forme
di risparmio idrico e, ancor più raramente, viene presa in considerazione la possibilità
di destinare acque reflue opportunamente depurate (di origine civile o
industriale) all’uso irriguo. L’utilizzazione di acque di scarsa qualità (es.
ad elevato contenuto salino) porta poi al decadimento della qualità dei suoli,
contribuendo al progresso dei fenomeni di desertificazione in atto in alcune
aree del Paese, specie nelle regioni insulari. La perdita di fertilità dei
suoli e la perdita di quote sempre più consistenti di suoli fertili per
l’agricoltura è, comunque, anche il risultato di forme intensive di produzione
e, in taluni casi, di un impiego non appropriato dei mezzi tecnici e delle
tecniche di coltivazione.
L’occupazione in agricoltura
Le caratteristiche principali
I
mutamenti intervenuti nell’agricoltura italiana negli ultimi decenni, collegati
anche ad un generale mutamento del contesto socio economico europeo, hanno
avuto grandi riflessi sulle caratteristiche qualitative e quantitative
dell’occupazione nel settore. Infatti, l’occupazione fa registrare delle
importanti variazioni in termini di qualità crescente delle risorse impegnate
in agricoltura pur in presenza di un decremento del peso del settore agricolo
rispetto al numero generale degli occupati. Peraltro, tale riduzione sembra
aver esaurito negli ultimi anni la sua forza, invertendo una tendenza che aveva
invece caratterizzato in modo univoco gli scorsi decenni.

Il
confronto con gli altri paesi europei, riportato nel grafico precedente, mostra
come l’Italia sia sostanzialmente in media con i paesi più sviluppati dell’UE
con l’incidenza dell’occupazione agricola al 6,5% (1997) del totale degli
occupati a fronte di un dato medio UE-15 pari al 5,0%. Dati ben più elevati
sono presenti nei paesi europei con più spiccate caratteristiche di ruralità
(Grecia, 19,9%; Portogallo, 13,3%; Irlanda, 10,9%).
Oggi,
in Italia, gli addetti al settore primario sono 1.339.000 unità (1998). I dati
più recenti indicano che l’incidenza degli addetti agricoli, sul totale degli
occupati in Italia, è pari al 6,6% contro il 61,4% dei servizi e il 32,0%
dell’industria.
 
Del
totale degli occupati al 1998, 881.000 sono maschi (65,79%) e 458.000 sono
femmine (34,21%). In particolare, nel Mezzogiorno, il contributo
dell’agricoltura all’occupazione femminile è particolarmente rilevante: in
questo settore il numero assoluto di donne occupate è maggiore rispetto
all’industria (agricoltura 227.000; industria 127.000) (fonte: Forze di lavoro.
Media 1998 – ISTAT).
La
diversificazione in base al titolo di studio si evince facilmente osservando i
dati riportati in tabella 1: oltre l’80% degli occupati non dispone di
un’istruzione superiore.
Tabella
1: Occupati per titolo di studio
|
Titolo di
studio
|
Occupati
(x 000)
|
%
|
|
Dottorato di
ricerca o specializzazione
|
4
|
0,30
|
|
Laurea
|
36
|
2,69
|
|
Diploma
Universitario o Laurea breve
|
3
|
0,22
|
|
Diploma che permette
l’accesso all’Università
|
152
|
11,35
|
|
Qualifica,
licenza o attestato che non permette l’accesso all’Università
|
55
|
4,11
|
|
Licenza media
|
519
|
38,76
|
|
Licenza
elementare. Nessun titolo
|
570
|
42,57
|
|
Totale
|
1.339
|
100,00
|
(Fonte: Forze di
lavoro. Media 1998 - ISTAT)
Dalla
differenziazione per classi d’età si evince, invece, che la gran parte degli
occupati nel settore è concentrata nelle fasce d’età centrali: ben il 67% ha
infatti un’età compresa tra i 30 ed i 59 anni (tab. 2). Nel complesso, dai dati
Istat risulta che l’età media di chi lavora in agricoltura è maggiore di quasi
6 anni rispetto ai lavoratori del settore industriale.
Tabella 2:
Occupati per classe di età.
|
Classe di
età
|
Occupati
(x 000)
|
%
|
|
15-19
|
64
|
|
|
20-24
|
80
|
|
|
25-29
|
121
|
|
|
Totale 15-29
|
266
|
20%
|
|
30-34
|
157
|
|
|
35-39
|
158
|
|
|
40-44
|
139
|
|
|
45-49
|
153
|
|
|
50-54
|
147
|
|
|
55-59
|
141
|
|
|
Totale 30-59
|
895
|
67%
|
|
60-64
|
102
|
|
|
65-69
|
39
|
|
|
70-74
|
22
|
|
|
75 e oltre
|
15
|
|
|
Oltre 60 anni
|
178
|
13%
|
|
Totale
|
1339
|
100%
|
|
Età media
(anni)
|
42,9
|
|
(Fonte: Forze di
lavoro. Media 1998 - ISTAT)
I
dati fin qui schematicamente esposti possono orientare nell’interpretazione di
alcuni fenomeni di fondo che interessano il mercato del lavoro e l’occupazione
del settore:
a.
il
numero di persone che opera in agricoltura sebbene sia in flessione, risulta
ancora elevato (fonte: statistiche agricole Commissione Europea);
- l’alta percentuale di
lavoratrici nel Meridione conferma il concetto secondo il quale il settore
primario si fa carico delle difficoltà occupazionale dei soggetti
socialmente più deboli come appunto le donne che sono meno assorbite dai
settori più concorrenziali all’agricoltura;
- l’età media è più elevata
rispetto agli altri settori;
- la maggior parte degli occupati
ha un titolo di studio elementare e quindi l’agricoltura continua ad
impiegare persone con bassi gradi di istruzione.
I dipendenti
I
lavoratori dipendenti (497.000 unità di lavoro di cui 331.000 maschi e
166.000 femmine) rappresentano il 37% degli occupati del settore. Si tratta di
una percentuale elevata che va letta in positivo essendo il dipendente in
agricoltura ordinariamente associato ad aziende la cui struttura consente una
più efficace permanenza sul mercato.
A
livello macro-regionale i dipendenti in agricoltura sono così ripartiti:
1.
Nord
121.000 unità;
- Centro 60.000 unità;
- Sud 317.000 unità.
Dal
1997 al 1998 si è registrata una lieve diminuzione del numero di lavoratori
dipendenti, pari all’1%. La diminuzione dei dipendenti è stata più marcata fra
gli addetti con contratto a tempo indeterminato (-3,8%) rispetto a quelli con
contratto a tempo determinato che invece sono aumentati del 4,9%. Questi ultimi
sono cresciuti soprattutto al sud (+6,4%), e sono diminuiti al centro-nord
(-2,7%). Al contrario, gli occupati dipendenti a tempo indeterminato, diminuiti
nel complesso del 3,8% hanno registrato un calo sensibile nel Mezzogiorno
(-5,6%) rispetto a quanto invece registrato nel centro-nord (-0,7%).

Per
quanto riguarda il livello d’istruzione dei dipendenti anche in questo caso
come più in generale nel caso degli occupati in agricoltura la gran parte (80%)
possiede un titolo di istruzione medio-basso, facendo rilevare una sostanziale
equivalenza del livello di scolarizzazione tra gli addetti totali.
La
regione con il maggior numero di dipendenti è la Puglia con ben il 19% del
totale nazionale. Seguono la Sicilia (15%) e la Campania (13%).
La
differenza più marcata tra Mezzogiorno e resto d’Italia fa riferimento alla
percentuale di occupati dipendenti con funzioni direttive rispetto al totale:
meno dell’8% nel Mezzogiorno, oltre il 20% nel resto d’Italia con una punta del
24% nel Nord-ovest. Evidentemente una diversa funzione all’interno dell’azienda
esige una specifica attenzione alle problematiche formative.
Tabella 3 :
Occupati dipendenti per posizione nella professione (migliaia di unità)
|
REGIONI
|
Dirigenti,
direttivi quadri ed impiegati
|
Operai
e assimilati apprendisti, lavoranti a domicilio
|
TOTALE
|
|
Piemonte
|
2
|
9
|
11
|
|
Valle d’Aosta
|
0
|
1
|
1
|
|
Lombardia
|
8
|
21
|
29
|
|
Trentino-A.A.
|
2
|
6
|
8
|
|
Bolzano
|
1
|
5
|
6
|
|
Trento
|
1
|
2
|
2
|
|
Veneto
|
4
|
20
|
24
|
|
Friuli-V.G.
|
2
|
4
|
6
|
|
Liguria
|
1
|
4
|
5
|
|
Emilia R.
|
6
|
29
|
36
|
|
Toscana
|
4
|
16
|
21
|
|
Umbria
|
1
|
6
|
7
|
|
Marche
|
2
|
6
|
8
|
|
Lazio
|
5
|
19
|
24
|
|
Abruzzo
|
1
|
4
|
5
|
|
Molise
|
0
|
1
|
1
|
|
Campania
|
6
|
58
|
64
|
|
Puglia
|
4
|
89
|
94
|
|
Basilicata
|
1
|
8
|
9
|
|
Calabria
|
3
|
48
|
51
|
|
Sicilia
|
7
|
70
|
77
|
|
Sardegna
|
3
|
14
|
17
|
|
ITALIA
|
63
|
434
|
497
|
|
Nord-ovest
|
11
|
35
|
46
|
|
Nord-est
|
15
|
60
|
75
|
|
Centro
|
12
|
47
|
59
|
|
Mezzogiorno
|
25
|
292
|
317
|
La pluriattività
L’agricoltura
si caratterizza per sue peculiari dinamiche organizzative settoriali. Una di
queste è la pluriattività che generalmente fa riferimento a conduttori di
aziende che non garantiscono la piena occupazione alle unità di lavoro
impegnate ovvero di aziende caratterizzate da picchi di esigenza di lavoro
molto concentrate in un periodo dell’anno.
Secondo
i dati ISTAT del 1998, l’incidenza più elevata di occupati con pluriattività si
registra proprio in Agricoltura dove troviamo 159 mila unità. Infatti, questa
categoria di occupati incide per l’11,8% contro l’8,3% dei servizi e il 4,3%
dell’industria.
Di
seguito si riportano i dati 1998 per settore economico (migliaia di unità):
|
|
Agricoltura
|
Industria
|
Altre
attività
|
Totale
|
|
Monoattività
|
1.180
|
6.186
|
11.359
|
18.725
|
|
Pluriattività
|
159
|
281
|
1.032
|
1.472
|
|
Totale
|
1.339
|
6.467
|
12.391
|
20.197
|
La
ripartizione per sesso degli occupati caratterizzati da pluriattività in
Agricoltura evidenzia una prevalenza delle donne sugli uomini (dati ISTAT
1998):
|
|
Occupati con
pluriattività in Agricoltura 1998
|
|
Donne
|
87.000
|
|
Uomini
|
72.000
|
|
Totale occupati
pluriattivi
|
159.000
|
Gli extracomunitari
Di
particolare interesse nell’esame delle dinamiche occupazionali è la funzione
svolta dagli extracomunitari.
Le
stime sul lavoro degli extracomunitari in agricoltura non sono particolarmente
attendibili e spesso sono discordanti tra loro. Ciò è causato dal fatto che il
lavoro degli extracomunitari talvolta si sovrappone con il fenomeno del lavoro
sommerso.
Grande
incertezza c’è riguardo alla quantificazione di questo fenomeno. Infatti,
secondo le stime della Caritas riportate sul volume "Emigrazione" in
soli due anni gli occupati extracomunitari in agricoltura sono raddoppiati
passando da 56.000 unità a 114.000 tra occupati a tempo determinato (88.000) e
a tempo indeterminato (26.000). Da questo dato risulterebbe che la percentuale
degli extracomunitari occupati in agricoltura risulta essere del 10% rispetto
al totale. Secondo, invece, stime INEA il fenomeno appare più contenuto (79.831
unità nel 1997) attestandosi al 5,8% del totale.
Dal
punto di vista formativo sarebbe probabilmente necessario prevedere per gli
extra-comunitari percorsi formativi specifici che contengano non solo
componenti tecniche ma anche componenti volte a favorire l’integrazione sociale
di questi lavoratori.
Il lavoro sommerso
In
agricoltura, come in altri settori, è frequente la presenza di lavoro sommerso,
ma a differenza di altri settori ciò ha risvolti più articolati e complessi a
seconda che si tratti di evasione o di parziale riconoscimento, da parte delle
imprese, dei versamenti contributivi e previdenziali oppure della retribuzione
contrattuale.
Valori % del
lavoro in nero 1997 (da Il sole 24
ore 19 maggio 1999)
|
|
Totale
|
Lavoro
dipendente
|
Lav.
indipendente
|
|
Agricoltura
|
12,6
|
10,7
|
21,9
|
Oggi,
sono disponibili strumenti normativi che agevolano l’imprenditore nella
regolarizzazione delle posizioni dei dipendenti.
Gli
accordi di riallineamento, finora stipulati nel settore agricolo, sono 32. Essi
interessano prevalentemente le regioni meridionali. In Puglia, Campania,
Calabria e Sicilia, infatti, essi interesserebbero oltre 32.000 imprese e più
di 150.000 lavoratori (su un totale di 574.000).
|
|
Aziende
|
Lavoratori
|
Tot. lavoratori
|
|
Puglia
|
20.000
|
85.000
|
180.000
|
|
Campania
|
6.600
|
19.500
|
110.000
|
|
Calabria
|
1.100
|
20.000
|
134.000
|
|
Sicilia
|
5.000
|
30.000
|
150.000
|
|
Totale
|
32.700
|
154.500
|
574.000
|
I riferimenti comunitari e nazionali per lo sviluppo dell’occupazione
L’Unione Europea
I
più recenti documenti della politica comunitaria danno grande risalto al
problema dello sviluppo dell’occupazione nei Paesi dell’Unione Europea. I
criteri e gli indirizzi contenuti nel Trattato di Amsterdam, in Agenda 2000 e
negli Orientamenti in materia di occupazione per il 1999, ci paiono tali da
dover esser ricordati per sommi capi anche in questa sede.
Il Trattato di Amsterdam
Il
Trattato di Amsterdam, che modifica il Trattato di Roma, è entrato pienamente
in vigore il 1° maggio 1999. L’importanza del Trattato è dovuta all’inserimento
di un nuovo titolo, il VI bis, dedicato all’occupazione.
Nell’articolato
del Trattato emergono le seguenti linee generali per la politica europea
dell’occupazione:
a.
il
problema della promozione dell’occupazione è considerato di interesse comune;
- è prevista una strategia
coordinata a livello europeo che si realizza attraverso orientamenti
annuali del Consiglio, la trasmissione al Consiglio da parte di ogni Stato
membro della propria iniziativa in materia di politica dell’occupazione,
la costituzione di un comitato per l’occupazione a carattere
consultivo incaricato di seguire la situazione dell’occupazione e le
politiche in materia di occupazione negli Stati membri e nella Comunità.
La
strategia prevista riguarda sia la forza lavoro che il mercato del
lavoro.
L’obiettivo
è quello di raggiungere un elevato livello di occupazione attraverso una forza
lavoro competente, qualificata, ed adattabile
ed un mercato del lavoro adattabile ai mutamenti economici.
Nel
Trattato si pone enfasi all’importanza delle migliori prassi, dei progetti
pilota, delle azioni innovative e dello scambio delle informazioni.
Agenda 2000
La
comunicazione Agenda 2000, sulla base del Trattato di Amsterdam, affronta
diversi temi, tra i quali lo sviluppo delle politiche interne per favorire la
crescita, l’occupazione e la qualità della vita. In relazione a questo, si sono
fissate le seguenti priorità:
creare le condizioni per una crescita sostenibile e
per l’occupazione:
la formazione e lo sviluppo di una rete di piccole e medie imprese (PMI) rimane
una delle priorità assolute;
sviluppare politiche "per la conoscenza": si dà impulso alle politiche della
conoscenza che riguardano la ricerca, l’innovazione, l’educazione, la
formazione. In questo contesto l’innovazione nelle PMI costituisce un fattore
importante;
modernizzare i sistemi di occupazione: si fa riferimento alla necessità
di una formazione continua e si sottolinea il problema fondamentale di come
investire in modo duraturo nelle qualifiche della manodopera disponibile, come
incoraggiare la mobilità e come aumentare nuove forme di organizzazione del
lavoro;
migliorare le condizioni di vita: si mette in risalto la necessità
di attuare e applicare più rigorosamente i regolamenti in materia ambientale.
Per
quanto riguarda le politiche strutturali gli obiettivi prioritari da
raggiungere attraverso gli strumenti dei Fondi strutturali sono portati a tre
(al posto dei precedenti sei):
l’obiettivo 1 mira a promuovere lo sviluppo e
l’adeguamento strutturale nelle regioni il cui sviluppo è in ritardo; di tale
obiettivo beneficeranno nel periodo 2000-2006, in Italia, le regioni il cui PIL
pro capite è inferire al 75% della media comunitaria (le medesime del periodo
1994-1999, con l’eccezione dell’Abruzzo e del Molise, quest’ultima in phasing
out);
l’obiettivo 2 favorisce la riconversione economica e
sociale delle zone con difficoltà strutturali, tra cui le zone in fase di
mutazione socio economica nei settori dell’industria e dei servizi, le zone
rurali in declino (situate fuori dalle regioni dell’obiettivo1), le zone urbane
in difficoltà e le zone in crisi dipendenti dalla pesca, definite in base a
criteri obiettivi fissati nei testi normativi; del nuovo obiettivo 2 beneficerà
al massimo il 18% della popolazione dell’Unione, di cui il 5% nelle zone
rurali;
l’obiettivo 3 favorisce l’adeguamento e
l’ammodernamento delle politiche e dei sistemi di istruzione, formazione e
occupazione, intervenendo nelle zone non interessate dall’obiettivo 1.
Anche
le iniziative comunitarie saranno ridotte a tre: INTERREG (cooperazione
transfrontaliera, transnazionale e interregionale), EQUAL (cooperazione
transnazionale per combattere qualsiasi forma di discriminazione e
ineguaglianza sul mercato del lavoro) e LEADER (sviluppo rurale). Il 5%
degli stanziamenti d’impegno dei Fondi strutturali dovrebbe essere riservato
alle Iniziative comunitarie, mentre l’1% di essi sarà riservato ad azioni
innovatrici e all’assistenza tecnica.
Nonostante
il fatto che le previsioni riportate in Agenda 2000 indichino, per
l’agricoltura, una limitata flessione (2-3%) del numero delle aziende e degli
occupati, impegnati nelle attività più tradizionali, è possibile prevedere
nuove attività e nuove fonti di reddito che si renderanno realizzabili a
livello di azienda e al di fuori di essa. Tra queste, la produzione di
materie prime rinnovabili per scopi non alimentari, la produzione di servizi
ricreativi legati alla tutela e salvaguardia dell’ambiente in relazione al
fatto che si prende atto che l’agricoltura nella sua funzione produttiva non
costituisce più la base principale dell’economia rurale nell’UE.
La
variazione del centro delle attività aziendali su nuovi orizzonti rende
esplicita la necessità di operare con strumenti formativi mirati ed aggiornati.
In
sintesi, il paradigma di Agenda 2000 si poggia sui seguenti elementi:
b.
diversificazione
economica attraverso la creazione di una rete di PMI innovatrici;
- impulso delle politiche delle
conoscenze che riguardano la ricerca, l’innovazione, l’educazione, la
formazione;
- sviluppo di forme alternative
alla funzione produttiva dell’agricoltura che prevedano servizi ricreativi,
di tutela del paesaggio e di difesa idrogeologica del territorio.
Orientamenti in materia di occupazione per il 1999
Secondo
la risoluzione del Consiglio del 9-2-1999 gli orientamenti in materia di
occupazione per il 1999 si basano sui seguenti quattro pilastri:
- Migliorare l’occupabilità
Si stabilisce che ogni Stato membro, entro un termine che
non può superare i quattro anni deve provvedere:
·
a
offrire ad ogni giovane, prima che siano trascorsi sei mesi di disoccupazione,
la possibilità di ricominciare con una attività di formazione o di
riqualificazione professionale, con la pratica lavorativa, con un lavoro o
altra misura che ne fornisca l’inserimento professionale;
- a offrire anche ai disoccupati
adulti, prima che siano trascorsi dodici mesi di disoccupazione, la
possibilità di ricominciare con uno dei mezzi succitati o, in generale con
un orientamento professionale individualizzato;
- ad aumentare sensibilmente il
numero delle persone che beneficiano di tali misure. (l’obiettivo è di
raggiungere il 20% dei disoccupati);
- a riesaminare e, se necessario,
modificare il proprio sistema previdenziale e fiscale. Nel contesto di una
politica per l’invecchiamento attivo è importante sviluppare misure quali
il mantenimento delle capacità lavorative, la formazione permanente ed
altri accordi di lavoro flessibile, in maniera cui i lavoratori anziani
possano anch’essi partecipare attivamente alla vita lavorativa.
Le
parti sociali sono, inoltre, esortate a concludere rapidamente accordi volti ad
ampliare le possibilità in materia di formazione, pratica lavorativa, tirocini
o altre misure atte a facilitare l’inserimento professionale.
Per
contribuire allo sviluppo di una manodopera qualificata ed adattabile, gli
Stati membri e le parti sociali si dovranno adoperare per promuovere la
possibilità di formazione permanente, in particolare nei settori tecnologici
dell’informazione e della comunicazione.
Tenendo
conto che le prospettive occupazionali sono scarse per i giovani che
abbandonano gli studi senza aver acquisito le capacità necessarie gli Stati
membri dovranno:
a) migliorare la qualità del loro sistema scolastico,
b) sviluppare nei giovani capacità di adattamento ai
mutamenti tecnologici ed economici,
c) dotarli delle qualifiche richieste dal mercato del lavoro
istituendo se del caso sistemi di apprendistato.
1.
Sviluppare
l’imprenditorialità
Si considera essenziale per la creazione di posti di lavoro
lo sviluppo e la crescita delle piccole e medie imprese (PMI).
A tal fine si delinea la necessità di una riduzione delle
spese e degli oneri amministrativi in particolare in occasione della creazione
di un’impresa e all’atto dell’assunzione di lavoratori supplementari, e del
carico fiscale legato al lavoro. Si pone enfasi allo sfruttamento del
potenziale occupazionale del settore ambientale per creare posti di lavoro.
- Incoraggiare l’adattabilità
delle imprese e dei loro lavoratori
Tale pilastro è costituito dalle politiche di ammodernamento
dell’organizzazione del lavoro attraverso lo sviluppo della formazione permanente,
della riduzione dell’orario di lavoro e l’introduzione di contratti più
adattabili.
Al fine di aumentare i livelli di qualifica all’interno
delle imprese, gli Stati membri dovranno riesaminare gli ostacoli
all’investimento nel capitale umano e sviluppare la formazione nell’impresa.
- Rafforzare le politiche in
materia di pari opportunità fra uomini e donne
Italia
Il patto sociale per lo sviluppo e l’occupazione (22/12/1998)
I
punti fondamentali del patto sociale possono essere individuati nei seguenti:
·
istruzione,
formazione, ricerca:
·
il
Governo si impegna all’organizzazione di un’offerta integrata di istruzione,
formazione ricerca e trasferimento tecnologico. Si prende atto che i lavoratori
ad alta qualificazione rappresentano una percentuale crescente in tutti i paesi
più sviluppati e si afferma che l’offerta formativa destinata ai giovani e ai
lavoratori, occupati e non occupati, deve riqualificarsi e ampliarsi su due
versanti:
1) pieno coinvolgimento del sistema universitario,
2) costruzione di un sistema di Formazione Superiore
Integrata (FSI) e al suo interno del nuovo canale di Istruzione e formazione
tecnico-superiore.
·
Impegno
per la costituzione della Fondazione per la Formazione continua, secondo le
modalità definite dal regolamento di attuazione della legge 196/97. La
Fondazione sosterrà la realizzazione di interventi di formazione continua
previsti dai piani formativi aziendali e territoriali concordati tra le parti
sociali. La Fondazione è finanziata attraverso il contributo dello 0,3% sul
costo del lavoro.
- Governo, Regioni ed Enti Locali
si impegnano a riservare quote di risorse pubbliche alla formazione dei
lavoratori per ogni progetto di intervento pubblico, in particolare nei
patti territoriali, nei contratti d’area, nei contratti di programma di
distretti. Tali risorse dovranno finanziare patti formativi locali tra
istituzioni e parti sociali, finalizzati alla professionalizzazione e
all’occupabilità dei lavoratori.
·
La
formazione deve avere le caratteristiche di flessibilità e rispondente alle
richieste del mercato del lavoro. Il Governo si impegna a inserire, nel
collegato della legge finanziaria del ’99, l’obbligo di frequenza ad attività
formative fino a 18 anni che avranno valore di crediti formativi.
- Il Governo concorda con le
parti sociali sulla necessità di estendere i tirocini formativi in tutti i
percorsi di istruzione e formazione, come strumento indispensabile di
raccordo tra formazione e lavoro, secondo modalità stabilite dall’art. 18
l.196/97 e relativo decreto attuativo (progetti formativi concordati tra
strutture formative e aziende, tutoraggio, coinvolgimento di istituzioni e
parti sociali).
·
Oneri
contributivi e fiscali: il Governo ha introdotto nella finanziaria per il 1999
sgravi contributivi triennali per i nuovi assunti nel Mezzogiorno e
l’introduzione di un credito d’imposta di un milione per ogni lavoratore nuovo
assunto a tempo indeterminato nelle zone "cuscinetto". Riduzione
ulteriore degli oneri contributivi sulle retribuzioni attraverso lo spostamento
sulla fiscalità generale.
- Politica di sviluppo locale: si
pone enfasi all’importanza dei patti territoriali, e dei contratti d’area.
È stata istituita la società "Sviluppo Italia" con funzioni di
promozione dello sviluppo imprenditoriale e dell’occupazione. Il Governo
si impegna ad accelerare l’attuazione del ciclo di programmazione dei
fondi strutturali 2000-2006.
- Politiche del lavoro: il
Governo considera essenziale l’attuazione dei servizi per l’impiego entro
il 1° settembre 1999.
Il DPEF 1999-2001
Prevede
le voci che saranno finanziate negli anni 1999-2001, in linea con quanto
previsto dal Patto sociale e dalla strategia europea per l’impiego.
Il
DPEF prevede impegni finanziari per attivare le politiche dell’istruzione e
della formazione. Gli obiettivi strategici identificati sono i seguenti:
a.
universalizzare
le potenzialità di applicazione all’intera platea delle forze lavoro;
- minimizzare la durata del
periodo di attività favorendo la mobilità dei lavoratori ed innalzando
l’efficienza del mercato del lavoro;
- incrementare l’efficacia delle
politiche in termini di reinserimento dei lavoratori nel circuito
produttivo.
- Sviluppo locale. Proprio in
questo contesto non va sottaciuto come l’agricoltura sia entrata, anche
normativamente, a pieno titolo tra i settori finanziabili con gli
strumenti della programmazione negoziata.
Il
complesso delle politiche del lavoro mira a ridisegnare il sistema di tutela
del lavoro, dipendente e autonomo: aumentando il grado di adattabilità del
mercato attraverso l’utilizzo di forme contrattuali non tradizionali,
attraverso strumenti di regolazione del lavoro sommerso. Il 1997, in
particolare, ha segnato la predisposizione degli strumenti attuativi del Patto
del lavoro.
Piano d’azione nazionale per l’occupazione 1999
Il
piano per l’occupazione 1999 si inserisce nella strategia pluriennale di
politica economica del Governo italiano. Esso si raccorda con le misure di
politica economica del DPEF, - il Piano pluriennale delle attività in tema di
istruzione, formazione, ricerca e trasferimento tecnologico (Master Plan) e i
documenti preparatori per la programmazione dei fondi comunitari 2000-2006.
Il
PAN 1999 si basa sui quattro pilastri definiti in sede comunitaria. In
particolare, la parola d’ordine "Migliorare l’occupabilità" privilegia
come canale di inserimento al lavoro i contratti di lavoro con contenuto
formativo: contratti di apprendistato e contratti di formazione lavoro.
Inoltre,
entro la metà dell’anno 2000 sarà attivato su tutto il territorio nazionale il
nuovo Sistema informativo lavoro (SIL), per raccogliere e aggiornare in tempo
reale le informazioni sulle caratteristiche dei disoccupati e sui posti
disponibili nelle aziende. Saranno così superati i limiti del sistema attuale
(Netlabor) che non prevede la raccolta dei dati sui posti disponibili, non è
aggiornato in tempo reale e opera soltanto a livello regionale.
In
tutte le Regioni poi, entro il 2003 e almeno in quattro entro il 1999, i nuovi
Servizi Pubblici per l’impiego offriranno ai giovani nei primi sei mesi di disoccupazione,
azioni e iniziative di orientamento alle opportunità di lavoro disponibile.
Questo obiettivo implica la messa in opera del SIL e una riqualificazione del
personale dei Servizi per l’impiego.
Una
parte delle opportunità di impiego per i giovani dovrebbe poi essere
rappresentata dall’introduzione del lavoro interinale e dalla diffusione delle
forme contrattuali a orario ridotto e a tempo determinato. Per i disoccupati
adulti, sono state previste forme di sgravio contributivo ed è stata costituita
una sorta di promozione di iniziative per l’occupazione a partecipazione
pubblica (Italia lavoro).
Governo,
Regioni e parti sociali si sono impegnati a collocare gli interventi formativi
nella programmazione dei fondi strutturali 2000-2006 nelle aree Ob. 1 con gli
interventi di investimento e di sostegno allo sviluppo locale.
Scenari di innovazione
Provvedimenti
legislativi sul lavoro che hanno interessato anche il lavoro agricolo
La Legge 24 giugno 1997, n. 196
Ha
permesso le seguenti innovazioni sul mercato del lavoro:
·
introduzione
del lavoro temporaneo;
- rafforzamento dei contratti di
formazione lavoro nel sud;
- l’allargamento e la
qualificazione dell’apprendistato;
- l’avvio della riforma della
formazione professionale;
- la riforma dei tirocini formativi
e di orientamento;
- il potenziamento dei contratti
di riallineamento per favorire l’emersione del lavoro sommerso.
Decreto legislativo 20 dicembre 1997, n. 469
Ha
confermato alle Regioni e alle Provincie la gestione del mercato del lavoro e
ha previsto la liberalizzazione delle agenzie private di collocamento
Il pacchetto giovani
Il
22.12.98 è stato pubblicato il "pacchetto giovani" che è entrato in
vigore il 06.01.99. Il testo della legge n. 441/98 "Norme per la
diffusione e la valorizzazione dell’imprenditoria giovanile in
agricoltura" prevede una serie di azioni per contribuire ad incentivare
l’inserimento dei giovani nel mondo agricolo.
Per
la prima volta vengono introdotte importanti agevolazioni fiscali per i giovani
agricoltori che non abbiano compiuto i 40 anni che siano già in possesso della
qualifica di imprenditore a titolo principale o coltivatore diretto o che si
impegnino ad acquisirla.
Nell’ambito
della legge si prevede, tra l’altro, che siano disciplinate le modalità di
adeguamento della formazione professionale alle esigenze di un’agricoltura
moderna.
I contratti nazionali di lavoro
Nel
settore vigono, allo stato attuale, due ordini di contratti: quello per i
quadri e gli impiegati agricoli e quello per gli operai agricoli e florovivaisti.
Quest’ultimo,
in particolare, introduce per la prima volta in agricoltura gli istituti
contrattuali previsti dalla L.196/1997 ("pacchetto Treu"): lavori
interinale, part-time, contratto di apprendistato.
Per
il lavoro interinale e l’apprendistato la componente formativa assume una
particolare importanza affinché tali strumenti possano dispiegare la loro
efficacia sul mercato del lavoro.
Il
lavoro interinale: tale istituto prevede la possibilità per le aziende di
assumere lavoratori temporanei per il tramite di agenzie specializzate. Stante
il diffuso fenomeno del caporalato, in particolare nelle regioni meridionali,
vengono introdotte limitazioni a) territoriali: può essere applicato in
Lombardia, Veneto, Trentino, Umbria, Puglia e Basilicata b) numeriche: i
lavoratori a tempo determinato non possono superare il 15% dei lavoratori a
tempo indeterminato.
L’apprendistato:
il periodo di apprendistato è di 48 mesi per gli operai specializzati e di 24
mesi per gli operai qualificati. Il numero di apprendisti non può superare
quello dei lavoratori specializzati e qualificati. In assenza di queste figure,
il numero non può essere superiore a tre unità. Il contratto lascia ampia
libertà alle parti per migliorare a livello locale quanto previsto in sede nazionale.
Nel
contratto si prevede, infine, che ogni azienda possa stipulare due contratti
part-time ed in aggiunta potrà assumere con tali contratti altri lavoratori in
relazione agli impiegati con orario ordinario. Le prestazioni minime di
part-time in agricoltura sono state fissate in 24 ore a base settimanale, 72
ore a base mensile e 500 ore a base annua.
La
classificazione del personale è definita secondo tre aree professionali (in
sostituzione delle due previste dal contratto precedente): operai specializzati,
operai qualificati, operai generici.
L’ultimo
aspetto innovativo è la collaborazione tra le parti: si da concreta attuazione
agli osservatori di ricerca e di monitoraggio del lavoro a livello nazionale,
regionale e provinciale. Inoltre, vengono istituiti organismi bilaterali, qual
è appunto AGRIFORM, per favorire la formazione professionale e si prevedono
azioni bilaterali per la riorganizzazione del mercato del lavoro.
I comparti produttivi
L’evoluzione
dei comparti produttivi ha un’immediata influenza sulla dimensione quantitativa
degli occupati e sulle esigenze formative.
Al
fine di avere un quadro di riferimento per l’analisi dell’occupazione a livello
di comparto è utile analizzare le Organizzazioni Comuni di Mercato che
interessano i principali comparti produttivi dell’agricoltura.
OCM ortofrutta.
Non
viene previsto nessun aiuto al reddito ma solo la riduzione del sostegno dei
prezzi
Obiettivi
ed azioni del piano operativo:
a.
organizzazione
e razionalizzazione della produzione;
- valorizzazione e promozione
della produzione;
- riduzione dei costi;
- misure ambientali.
Le
azioni previste per l’obiettivo a) consistono nel controllo dell’offerta con
analisi territoriale e mappatura della produzione attraverso un sistema di
rilevamento informatico e nelle ricerche di mercato per adeguare la produzione
alla domanda.
Per
l’obiettivo b) si prevedono azioni volte a promuovere la concentrazione
dell’offerta e lo sviluppo della valorizzazione commerciale.
Per
l’obiettivo c) si punta sull’adozione di tecniche innovative sotto il profilo
agronomico che permettono un minor impiego di manodopera nelle operazioni
colturali e su macchine e linee di lavorazione innovative nella fase di
raccolta, produzione e post-raccolta (es.: razionalizzazione degli spazi
attraverso sistemi di movimentazione automatizzati).
Per
l’obiettivo d) si prevedono le seguenti azioni:
a.
ricerca
di nuove aree di commercializzazione
- acquisizione di nuove macchine
agricole
- imballaggi innovativi
- mezzi tecnici specifici
- consulenti
esperti in tematiche ambientali, consulenti per assistenza tecnica,
tecnici di marketing, etc.
OCM vitivinicolo
·
riduzione
del potenziale viticolo comunitario
- limitazione dell’esercizio dei
diritti di reimpianto
- qualità
- nessuna protezione per
l’importazione da paesi extra-UE
OCM
cereali
·
Riduzione
sostegno prezzi
- Aumento pagamenti compensativi
in base agli ettari
OCM
carni bovine
·
Riduzione
sostegno dei prezzi e premio pagato in base al numero di capi.
- Misure per migliorare la
qualità, l’organizzazione della produzione, trasformazione e
commercializzazione, previsioni a breve e lungo termine
- Sono favoriti gli allevamenti
estensivi
OCM
florovivaismo
·
Norme
per la qualità
OCM latte
·
riduzione
sostegno dei prezzi
OCM olio
·
Abolito
l’aiuto al consumo
- Aiuto alla produzione dato in
base alla produzione effettiva
OCM tabacco
·
Premi
modulati ad ettaro in funzione della qualità
- Soppressione di ogni protezione
del mercato interno
- Riorientamento della produzione
verso le effettive possibilità di sbocco offerte da una domanda di mercato
in continua contrazione che tende a privilegiare varietà a basso contenuto
di nicotina
Le
OCM dei comparti cerealicolo e zootecnico (carne e latte) disciplinano quasi
esclusivamente il sostegno ai prezzi, mentre le altre sembrano avere una
politica diversa più coerente agli orientamenti di Agenda 2000. Tale diversità
però contiene una minore protezione e una minore importanza nelle decisioni
comunitarie dei prodotti mediterranei.
Accanto
alla modifica delle OCM viste sopra sono previste 3 misure di accompagnamento:
agroambientale, prepensionamento e forestazione (presto integrate nel nuovo
regolamento FEAOG sullo sviluppo rurale. Queste tre misure appaiono come uno
strumento per l’integrazione dei redditi aziendali in quelle realtà marginali
dove minori sono le possibilità di integrazione con le attività extragricole e
più forti i rischi di spopolamento.
Attualmente
non sono disponibili dati statistici in relazione agli occupati che lavorano
nei diversi comparti del settore. D’altra parte, a livello di ogni comparto è
difficile valutare l’effetto netto delle politiche e disposizioni legislative
analizzate.
Una
prima simulazione, di larga massima, può essere condotta considerando per ogni
comparto un processo produttivo particolarmente rappresentativo. In tal modo
siamo in grado di calcolare approssimativamente il numero di ore lavorative per
ettaro necessarie per la produzione. Considerando quindi gli ettari coltivati
in un anno è possibile stimare il numero totale di ore lavorative per l’intero
comparto.
Confrontando
tra loro i risultati derivanti da questa stima è possibile calcolare il diverso
peso che hanno attualmente i comparti nell’assorbire lavoro: attribuendo tale
peso agli occupati complessivamente impegnati in agricoltura si può ricostruire
un quadro di attribuzione degli occupati per comparto.
Da
una breve analisi dei diversi comparti, si evince che attualmente quelli che
hanno maggiori superfici investite sono quelli che richiedono minor numero di
ore lavorative, e un grado di specializzazione minore.
La valorizzazione delle risorse umane in agricoltura
Dall’analisi
che precede appare evidente come la valorizzazione delle risorse umane
rappresenti la variabile strategica per consentire alle aziende agricole
italiane di adeguarsi al contesto evolutivo che le vede coinvolte a livello
europeo e specificamente italiano.
Le
politiche comunitarie spingono verso l’estensivizzazione ed una maggiore
meccanizzazione, quindi è realistico pensare ad un futuro ulteriore calo
dell’occupazione nei comparti delle colture intensive o nei comparti dove è
incentivata la meccanizzazione (vedi P.O. OCM ortofrutta). Inoltre il calo
potrebbe essere ancora più consistente laddove sia necessario un grado di
specializzazione elevato, e qualora aziende e dipendenti non siano in grado di
competere sul mercato mondiale adattandosi mediante strumenti formativi
specifici.
È
ragionevole aspettarsi quindi nel prossimo futuro un ulteriore calo
dell’occupazione in agricoltura in tutti i comparti ma in special modo per i
comparti delle colture mediterranee. Naturalmente tale calo è da collegare
direttamente alla fuoriuscita dal mercato di intere aziende e non
all’espulsione di manodopera dipendente. Anzi, al contrario, è ipotizzabile che
le aziende che permarranno attive nel mercato saranno quelle maggiormente
strutturate e, tendenzialmente, con la maggior quota di dipendenti.
Lo
scenario ipotizzabile della composizione del lavoro dipendente è quello che
vede un aumento della specializzazione del lavoro regolare sia nella funzione
produttiva che in quella commerciale.
Il
mercato tenderà ad escludere le forze di lavoro che non hanno un grado di
formazione adeguato alle nuove esigenze, sia per i giovani che per chi giovane
non è più. Questo aspetto va tenuto presente, tra l’altro, nella gestione della
formazione degli extracomunitari che normalmente svolgono attività ricoperte da
risorse a basso livello di scolarità.
Contestualmente
a questo quadro va sottolineato come gli strumenti comunitari mirino a
sviluppare forme alternative di occupazione agevolando nelle aree rurali la
costituzione di servizi ricreativi, di tutela del paesaggio e di difesa
idrogeologica del territorio nonché il sostegno a quei comparti che riusciranno
a produrre in modo competitivo produzioni agricole di interesse non alimentare
e importanti per il settore industriale (industria carburanti e lubrificanti,
industria chimica, industria farmaceutica). Anche in questo caso lo scenario
ipotizzato, che muta radicalmente le tradizionali attività agricole, deve essere
accompagnato da politiche formative specifiche, per le quali vanno definiti
quantitativamente, qualitativamente e territorialmente gli obiettivi.
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