Tesi di Laurea
La Formazione Professionale
in Agricoltura;
Un'evoluzione di tarda modernità.
Siano Domenico

  

INFORMAZIONI E DATI DI SINTESI SULLE CARATTERISTICHE DEL SETTORE AGRICOLO ITALIANO

Il quadro generale che ci permette di descrivere in modo efficace l’agricoltura italiana, mettendo in luce le profonde differenze tra circoscrizioni territoriali in termini di strutture e performance economiche, può essere sinteticamente tratto dalle analisi compiute in seno al tavolo settoriale di concertazione nazionale dedicato all’agricoltura ed allo sviluppo rurale nell’ambito della programmazione dei fondi strutturali comunitari 2000-2006.

L’agricoltura italiana rappresenta oltre il 20% di quella comunitaria in termini di valore aggiunto, raggiungendo il primo posto tra i paesi dell’UE, e il 16% in termini di produzione vendibile (PV), collocandosi al secondo posto dopo la Francia. Il settore agricolo, inoltre, produce il 3,8% del valore aggiunto nazionale e impiega il 7% degli occupati totali.

La perfomance complessiva del settore agricolo è la risultante delle profonde differenze che caratterizzano le diverse aree del paese. I diversi risultati economici conseguiti dall’agricoltura nelle due circoscrizioni territoriali sono il riflesso di differenze in termini di modelli produttivi, grado di ammodernamento delle strutture, sviluppo tecnologico, struttura delle aziende agricole e specializzazione produttiva.

Nel 1996 il VA per unità di lavoro nell’agricoltura nel Mezzogiorno si è attestato sui 28,5 milioni di lire correnti contro i 41,5 delle regioni centro-settentrionali. La redditività della terra è pari a 3,6 milioni di lire correnti per ettaro nel Meridione, rispetto ai 4,7 delle regioni centro-settentrionali.

E’ necessario considerare, inoltre, che molte aziende italiane, anche di piccole dimensioni, nel processo di adattamento al contesto economico locale hanno imparato a fondare la propria capacità di sopravvivenza su una molteplicità di fonti di reddito, finendo col rispondere ad una pluralità di funzioni economiche e sociali.

D’altro canto, la ridotta capacità di produrre reddito e di gestire in maniera efficiente i rapporti con il mercato di numerose aziende non è semplicemente imputabile alle ridotte dimensioni fisiche ma è legata anche fattori quali la senilizzazione dell’occupazione agricola e la mancanza di ricambio generazionale, le carenze di tipo organizzativo e gestionale, l’incapacità di promuovere adeguate strategie di valorizzazione/differenziazione delle produzioni.

 

 

Il sistema agro-industriale italiano: caratteristiche strutturali

 

 

 

INDICATORI STRUTTURALI

SUD

CENTRO NORD

 

 

 

Consumi alimentari / PIL 1995 (%)

19,9

12,2

Consumi alimentari / Consumi totali 1995 (%)

21,4

16,1

 

 

 

Valore Aggiunto (VA) industria agroalimentare/ VA sistema agroalimentare 1996 (%)

20,0

42,6

VA agricoltura / VA totale 1996 (%)

5,8

2,8

Unità di lavoro agricoltura / Unità di lavoro totali 1996 (%)

13,5

5,6

VA industria agroalimentare / VA industria 1996 (%)

7,0

6,5

 

 

 

VA agricoltura circoscrizione / VA agricoltura Italia 1996 (%)

40,3

59,7

VA industria agroalimentare circoscrizione / VA industria agroalimentare Italia 1996 (%)

18,7

81,3

 

 

 

Superficie Agricola Utilizzata (SAU) / Superficie Agricola Totale (SAT) 1996 (%)

79,0

67,0

SAU/azienda 1996 (ettari)

5,2

7,0

Dimensione media degli allevamenti suini 1996 (n. di capi)

7,6

60,6

Dimensione media degli allevamenti bovini e/o bufalini 1996 (n. di capi)

21,6

36,4

Aziende agricole di dimensione inferiore a 5 ettari 1996 (% sul totale regionale)

81,7

74,2

Superficie delle aziende agricole di dimensione inferiore a 5 ettari 1996 (% sul totale regionale)

22,5

16,3

Aziende agricole di dimensione economica inferiore a 12 UDE* 1996 (% sul totale regionale)

89,9

81,1

Reddito prodotto** dalle aziende agricole di dimensione economica inferiore a 12 UDE 1996

(% sul totale regionale)

38,1

20,1

Aziende con conduttore di età superiore ai 65 anni 1996 (% sul totale)

38,3

36,3

SAU per Unità di lavoro agricoltura 1996 (ettari)

7,9

8,9

Superficie irrigabile/SAU 1991 (%)

16,2

34,5

SAU in pianura/SAU totale 1991 (%)

21,1

38,8

 

 

 

Produzione Vendibile (PV) circoscrizione / PV Italia 1997 (%)

37,8

62,2

PV vitivinicoltura / PV 1997 (%)

12,5

8,7

PV olivicoltura / PV 1997 (%)

12,3

0,8

PV agrumicoltura / PV 1997 (%)

8,2

0,02

PV frutticoltura / PV 1997 (%)

5,4

6,4

PV zootecnia / PV 1997 (%)

22,1

50,1

* Un'UDE (unità di dimensione economica) corrisponde a 1.200 ecu di Reddito Lordo Standard.

** Il reddito prodotto è misurato nei termini di Reddito Lordo Standard (RLS)

Fonte: elaborazioni INEA su dati ISTAT

 

Infatti, un altro elemento di debolezza strutturale del comparto agricolo è costituito dalla scarsa capacità degli operatori di organizzare la propria offerta, soprattutto mediante la costituzione di organizzazioni di produttori in grado di offrire un reale servizio di aggregazione, valorizzazione e vendita della produzione.

Elementi cruciali ai fini della competitività del sistema agroalimentare sono l’esistenza di un comparto industriale in grado di svolgere una funzione trainante sull’organizzazione delle strutture agricole, valorizzandone le potenzialità, e la presenza di un moderno settore distributivo capace di stimolare un processo di razionalizzazione dell’offerta.

Un dato interessante è costituito dalla specializzazione dell’industria di trasformazione dei prodotti agricoli meridionale negli stessi comparti (ad esempio oli e grassi, frutta e ortaggi) in cui esiste una specializzazione produttiva agricola (misurata in termini di incidenza della PV di comparto su quella totale dell’area), elemento che testimonia una forte specificità di comparto e territoriale dell’industria alimentare. Tale circostanza configura la possibilità di uno sviluppo agro-industriale basato su filiere territoriali e distretti produttivi.

Il sistema agro-industriale italiano: indicatori di performance

 

MEZZOGIORNO

CENTRO-NORD

%

 

(A)

(B)

(A/B)

INDICATORI DI PERFORMANCE

 

 

 

VA agricoltura per ettaro di SAU 1996 (milioni di lire)

3,6

4,7

76,7

VA agricoltura per Unità di lavoro 1996 (milioni di lire)

28,5

41,5

68,7

VA industria agroalimentare per Unità di lavoro 1996 (milioni di lire)

89,6

95,9

93,4

 

 

 

 

Reddito medio* aziendale agricolo 1996 (UDE**)

5,8

10,9

53,7

Reddito medio delle aziende agricole di dimensione superiore ai 12 UDE 1996

35,6

45,8

77,8

Reddito netto per unità di lavoro*** media 1994-95 (milioni di lire)

 

 

 

a) cerealicoltura

25,6

21,4

119,7

b) orticoltura

19,6

20,1

97,3

c) frutticoltura

18,3

22,0

83,1

e) misto colture-allevamenti

17,3

23,6

73,3

f) misto arboree-erbaceo

16,3

16,5

98,7

g) olivicoltura

18,6

 

 

h) latte****

30,1

60,1

50,0

 

 

 

 

Investimenti fissi lordi agricoltura / VA agricoltura 1995 (%)

22,6

40,0

 

Investimenti fissi lordi agricoltura / Investimenti fissi lordi totali 1994 (%)

6,0

7,5

 

Investimenti fissi lordi industria agroalimentare / VA industria agroalimentare 1995 (%)

21,5

25,0

 

Finanziamenti oltre il breve termine agli investimenti in agricoltura - erogazioni 1997 (%)

16,1

83,9

 

 

 

 

 

Consumi intermedi agricoltura / PV 1997 (%)

20,8

33,2

 

 

 

 

 

Trattrici e motoperatrici acquistate nuove di fabbrica per circoscrizione 1997 (%)

35,8

64,2

 

 

 

 

 

Esportazioni agricoltura circoscrizione / Esportazioni agricoltura Italia 1997 (%)

32,4

67,6

 

Esportazioni industria alimentare circoscrizione / Esportazioni industria alimentare Italia (%)

16,3

83,7

 

Importazioni agricoltura circoscrizione / Importazioni agricoltura Italia 1997(%)

16,8

83,2

 

Importazioni industria alimentare circoscrizione / Importazioni industria alimentare Italia (%)

12,6

87,4

 

Saldo Normalizzato della bilancia agroalimentare 1997(%)

-7,0

-26,7

 

Spesa per l'attività di ricerca e sperimentazione in agricoltura negli istituti a carattere regionale 1997(%)

34,4

65,6

 

* Il reddito medio aziendale è calcolato in termini di Reddito Lordo Standard.

** Un'UDE (unità di dimensione economica) corrisponde a 1.200 ecu di Reddito Lordo Standard.

*** Dati relativi al campione di aziende agricole della Rete di Contabilità Agraria. Il dato dell'orticoltura riportato nella colonna relativa al Centro-Nord è limitato ad un campione di aziende dell'Italia Centrale. Per l'olivicoltura il campione riguarda esclusivamente l'Italia Meridionale.

**** Per il latte il confronto è tra il Centro-Sud e il Nord

Fonte: varie

 

Dal punto di vista ambientale è interessante notare alcuni aspetti relativi alla gestione della risorsa idrica. Mentre a livello nazionale si registra un parziale equilibrio tra risorse idriche disponibili e fabbisogni, situazioni di deficit idrico si manifestano in molte regioni meridionali in modo ormai "cronico". Si tratta in taluni casi di vere e proprie emergenze idriche, aggravate quasi sempre da un decadimento qualitativo della risorsa. Eppure raramente nelle aree interessate da questi fenomeni, sono attuate forme di risparmio idrico e, ancor più raramente, viene presa in considerazione la possibilità di destinare acque reflue opportunamente depurate (di origine civile o industriale) all’uso irriguo. L’utilizzazione di acque di scarsa qualità (es. ad elevato contenuto salino) porta poi al decadimento della qualità dei suoli, contribuendo al progresso dei fenomeni di desertificazione in atto in alcune aree del Paese, specie nelle regioni insulari. La perdita di fertilità dei suoli e la perdita di quote sempre più consistenti di suoli fertili per l’agricoltura è, comunque, anche il risultato di forme intensive di produzione e, in taluni casi, di un impiego non appropriato dei mezzi tecnici e delle tecniche di coltivazione.

L’occupazione in agricoltura

Le caratteristiche principali

I mutamenti intervenuti nell’agricoltura italiana negli ultimi decenni, collegati anche ad un generale mutamento del contesto socio economico europeo, hanno avuto grandi riflessi sulle caratteristiche qualitative e quantitative dell’occupazione nel settore. Infatti, l’occupazione fa registrare delle importanti variazioni in termini di qualità crescente delle risorse impegnate in agricoltura pur in presenza di un decremento del peso del settore agricolo rispetto al numero generale degli occupati. Peraltro, tale riduzione sembra aver esaurito negli ultimi anni la sua forza, invertendo una tendenza che aveva invece caratterizzato in modo univoco gli scorsi decenni.

Il confronto con gli altri paesi europei, riportato nel grafico precedente, mostra come l’Italia sia sostanzialmente in media con i paesi più sviluppati dell’UE con l’incidenza dell’occupazione agricola al 6,5% (1997) del totale degli occupati a fronte di un dato medio UE-15 pari al 5,0%. Dati ben più elevati sono presenti nei paesi europei con più spiccate caratteristiche di ruralità (Grecia, 19,9%; Portogallo, 13,3%; Irlanda, 10,9%).

Oggi, in Italia, gli addetti al settore primario sono 1.339.000 unità (1998). I dati più recenti indicano che l’incidenza degli addetti agricoli, sul totale degli occupati in Italia, è pari al 6,6% contro il 61,4% dei servizi e il 32,0% dell’industria.

 

 

 

 

Del totale degli occupati al 1998, 881.000 sono maschi (65,79%) e 458.000 sono femmine (34,21%). In particolare, nel Mezzogiorno, il contributo dell’agricoltura all’occupazione femminile è particolarmente rilevante: in questo settore il numero assoluto di donne occupate è maggiore rispetto all’industria (agricoltura 227.000; industria 127.000) (fonte: Forze di lavoro. Media 1998 – ISTAT).

La diversificazione in base al titolo di studio si evince facilmente osservando i dati riportati in tabella 1: oltre l’80% degli occupati non dispone di un’istruzione superiore.

Tabella 1: Occupati per titolo di studio

Titolo di studio

Occupati

(x 000)

%

Dottorato di ricerca o specializzazione

4

0,30

Laurea

36

2,69

Diploma Universitario o Laurea breve

3

0,22

Diploma che permette l’accesso all’Università

152

11,35

Qualifica, licenza o attestato che non permette l’accesso all’Università

55

4,11

Licenza media

519

38,76

Licenza elementare. Nessun titolo

570

42,57

Totale

1.339

100,00

(Fonte: Forze di lavoro. Media 1998 - ISTAT)

Dalla differenziazione per classi d’età si evince, invece, che la gran parte degli occupati nel settore è concentrata nelle fasce d’età centrali: ben il 67% ha infatti un’età compresa tra i 30 ed i 59 anni (tab. 2). Nel complesso, dai dati Istat risulta che l’età media di chi lavora in agricoltura è maggiore di quasi 6 anni rispetto ai lavoratori del settore industriale.

Tabella 2: Occupati per classe di età.

Classe di età

Occupati

(x 000)

%

15-19

64

 

20-24

80

 

25-29

121

 

Totale 15-29

266

20%

30-34

157

 

35-39

158

 

40-44

139

 

45-49

153

 

50-54

147

 

55-59

141

 

Totale 30-59

895

67%

60-64

102

 

65-69

39

 

70-74

22

 

75 e oltre

15

 

Oltre 60 anni

178

13%

Totale

1339

100%

Età media (anni)

42,9

 

(Fonte: Forze di lavoro. Media 1998 - ISTAT)

I dati fin qui schematicamente esposti possono orientare nell’interpretazione di alcuni fenomeni di fondo che interessano il mercato del lavoro e l’occupazione del settore:

a.       il numero di persone che opera in agricoltura sebbene sia in flessione, risulta ancora elevato (fonte: statistiche agricole Commissione Europea);

  1. l’alta percentuale di lavoratrici nel Meridione conferma il concetto secondo il quale il settore primario si fa carico delle difficoltà occupazionale dei soggetti socialmente più deboli come appunto le donne che sono meno assorbite dai settori più concorrenziali all’agricoltura;
  2. l’età media è più elevata rispetto agli altri settori;
  3. la maggior parte degli occupati ha un titolo di studio elementare e quindi l’agricoltura continua ad impiegare persone con bassi gradi di istruzione.

 

I dipendenti

I lavoratori dipendenti (497.000 unità di lavoro di cui 331.000 maschi e 166.000 femmine) rappresentano il 37% degli occupati del settore. Si tratta di una percentuale elevata che va letta in positivo essendo il dipendente in agricoltura ordinariamente associato ad aziende la cui struttura consente una più efficace permanenza sul mercato.

A livello macro-regionale i dipendenti in agricoltura sono così ripartiti:

1.       Nord 121.000 unità;

  1. Centro 60.000 unità;
  2. Sud 317.000 unità.

Dal 1997 al 1998 si è registrata una lieve diminuzione del numero di lavoratori dipendenti, pari all’1%. La diminuzione dei dipendenti è stata più marcata fra gli addetti con contratto a tempo indeterminato (-3,8%) rispetto a quelli con contratto a tempo determinato che invece sono aumentati del 4,9%. Questi ultimi sono cresciuti soprattutto al sud (+6,4%), e sono diminuiti al centro-nord (-2,7%). Al contrario, gli occupati dipendenti a tempo indeterminato, diminuiti nel complesso del 3,8% hanno registrato un calo sensibile nel Mezzogiorno (-5,6%) rispetto a quanto invece registrato nel centro-nord (-0,7%).

 

 

Per quanto riguarda il livello d’istruzione dei dipendenti anche in questo caso come più in generale nel caso degli occupati in agricoltura la gran parte (80%) possiede un titolo di istruzione medio-basso, facendo rilevare una sostanziale equivalenza del livello di scolarizzazione tra gli addetti totali.

La regione con il maggior numero di dipendenti è la Puglia con ben il 19% del totale nazionale. Seguono la Sicilia (15%) e la Campania (13%).

La differenza più marcata tra Mezzogiorno e resto d’Italia fa riferimento alla percentuale di occupati dipendenti con funzioni direttive rispetto al totale: meno dell’8% nel Mezzogiorno, oltre il 20% nel resto d’Italia con una punta del 24% nel Nord-ovest. Evidentemente una diversa funzione all’interno dell’azienda esige una specifica attenzione alle problematiche formative.

 

 

Tabella 3 : Occupati dipendenti per posizione nella professione (migliaia di unità)

REGIONI

Dirigenti, direttivi quadri ed impiegati

Operai e assimilati apprendisti, lavoranti a domicilio

TOTALE

Piemonte

2

9

11

Valle d’Aosta

0

1

1

Lombardia

8

21

29

Trentino-A.A.

2

6

8

Bolzano

1

5

6

Trento

1

2

2

Veneto

4

20

24

Friuli-V.G.

2

4

6

Liguria

1

4

5

Emilia R.

6

29

36

Toscana

4

16

21

Umbria

1

6

7

Marche

2

6

8

Lazio

5

19

24

Abruzzo

1

4

5

Molise

0

1

1

Campania

6

58

64

Puglia

4

89

94

Basilicata

1

8

9

Calabria

3

48

51

Sicilia

7

70

77

Sardegna

3

14

17

ITALIA

63

434

497

Nord-ovest

11

35

46

Nord-est

15

60

75

Centro

12

47

59

Mezzogiorno

25

292

317

 

 

La pluriattività

L’agricoltura si caratterizza per sue peculiari dinamiche organizzative settoriali. Una di queste è la pluriattività che generalmente fa riferimento a conduttori di aziende che non garantiscono la piena occupazione alle unità di lavoro impegnate ovvero di aziende caratterizzate da picchi di esigenza di lavoro molto concentrate in un periodo dell’anno.

Secondo i dati ISTAT del 1998, l’incidenza più elevata di occupati con pluriattività si registra proprio in Agricoltura dove troviamo 159 mila unità. Infatti, questa categoria di occupati incide per l’11,8% contro l’8,3% dei servizi e il 4,3% dell’industria.

Di seguito si riportano i dati 1998 per settore economico (migliaia di unità):

 

 

Agricoltura

Industria

Altre attività

Totale

Monoattività

1.180

6.186

11.359

18.725

Pluriattività

159

281

1.032

1.472

Totale

1.339

6.467

12.391

20.197

 

La ripartizione per sesso degli occupati caratterizzati da pluriattività in Agricoltura evidenzia una prevalenza delle donne sugli uomini (dati ISTAT 1998):

 

 

Occupati con pluriattività in Agricoltura 1998

Donne

87.000

Uomini

72.000

Totale occupati pluriattivi

159.000

 

Gli extracomunitari

Di particolare interesse nell’esame delle dinamiche occupazionali è la funzione svolta dagli extracomunitari.

Le stime sul lavoro degli extracomunitari in agricoltura non sono particolarmente attendibili e spesso sono discordanti tra loro. Ciò è causato dal fatto che il lavoro degli extracomunitari talvolta si sovrappone con il fenomeno del lavoro sommerso.

Grande incertezza c’è riguardo alla quantificazione di questo fenomeno. Infatti, secondo le stime della Caritas riportate sul volume "Emigrazione" in soli due anni gli occupati extracomunitari in agricoltura sono raddoppiati passando da 56.000 unità a 114.000 tra occupati a tempo determinato (88.000) e a tempo indeterminato (26.000). Da questo dato risulterebbe che la percentuale degli extracomunitari occupati in agricoltura risulta essere del 10% rispetto al totale. Secondo, invece, stime INEA il fenomeno appare più contenuto (79.831 unità nel 1997) attestandosi al 5,8% del totale.

Dal punto di vista formativo sarebbe probabilmente necessario prevedere per gli extra-comunitari percorsi formativi specifici che contengano non solo componenti tecniche ma anche componenti volte a favorire l’integrazione sociale di questi lavoratori.

Il lavoro sommerso

In agricoltura, come in altri settori, è frequente la presenza di lavoro sommerso, ma a differenza di altri settori ciò ha risvolti più articolati e complessi a seconda che si tratti di evasione o di parziale riconoscimento, da parte delle imprese, dei versamenti contributivi e previdenziali oppure della retribuzione contrattuale.

Valori % del lavoro in nero 1997 (da Il sole 24 ore 19 maggio 1999)

 

Totale

Lavoro dipendente

Lav. indipendente

Agricoltura

12,6

10,7

21,9

 

Oggi, sono disponibili strumenti normativi che agevolano l’imprenditore nella regolarizzazione delle posizioni dei dipendenti.

Gli accordi di riallineamento, finora stipulati nel settore agricolo, sono 32. Essi interessano prevalentemente le regioni meridionali. In Puglia, Campania, Calabria e Sicilia, infatti, essi interesserebbero oltre 32.000 imprese e più di 150.000 lavoratori (su un totale di 574.000).

 

Aziende

Lavoratori

Tot. lavoratori

Puglia

20.000

85.000

180.000

Campania

6.600

19.500

110.000

Calabria

1.100

20.000

134.000

Sicilia

5.000

30.000

150.000

Totale

32.700

154.500

574.000

 

 

 

I riferimenti comunitari e nazionali per lo sviluppo dell’occupazione

 

L’Unione Europea

I più recenti documenti della politica comunitaria danno grande risalto al problema dello sviluppo dell’occupazione nei Paesi dell’Unione Europea. I criteri e gli indirizzi contenuti nel Trattato di Amsterdam, in Agenda 2000 e negli Orientamenti in materia di occupazione per il 1999, ci paiono tali da dover esser ricordati per sommi capi anche in questa sede.

Il Trattato di Amsterdam

Il Trattato di Amsterdam, che modifica il Trattato di Roma, è entrato pienamente in vigore il 1° maggio 1999. L’importanza del Trattato è dovuta all’inserimento di un nuovo titolo, il VI bis, dedicato all’occupazione.

Nell’articolato del Trattato emergono le seguenti linee generali per la politica europea dell’occupazione:

a.       il problema della promozione dell’occupazione è considerato di interesse comune;

  1. è prevista una strategia coordinata a livello europeo che si realizza attraverso orientamenti annuali del Consiglio, la trasmissione al Consiglio da parte di ogni Stato membro della propria iniziativa in materia di politica dell’occupazione, la costituzione di un comitato per l’occupazione a carattere consultivo incaricato di seguire la situazione dell’occupazione e le politiche in materia di occupazione negli Stati membri e nella Comunità.

La strategia prevista riguarda sia la forza lavoro che il mercato del lavoro.

L’obiettivo è quello di raggiungere un elevato livello di occupazione attraverso una forza lavoro competente, qualificata, ed adattabile ed un mercato del lavoro adattabile ai mutamenti economici.

Nel Trattato si pone enfasi all’importanza delle migliori prassi, dei progetti pilota, delle azioni innovative e dello scambio delle informazioni.

Agenda 2000

La comunicazione Agenda 2000, sulla base del Trattato di Amsterdam, affronta diversi temi, tra i quali lo sviluppo delle politiche interne per favorire la crescita, l’occupazione e la qualità della vita. In relazione a questo, si sono fissate le seguenti priorità:

creare le condizioni per una crescita sostenibile e per l’occupazione: la formazione e lo sviluppo di una rete di piccole e medie imprese (PMI) rimane una delle priorità assolute;

sviluppare politiche "per la conoscenza": si dà impulso alle politiche della conoscenza che riguardano la ricerca, l’innovazione, l’educazione, la formazione. In questo contesto l’innovazione nelle PMI costituisce un fattore importante;

modernizzare i sistemi di occupazione: si fa riferimento alla necessità di una formazione continua e si sottolinea il problema fondamentale di come investire in modo duraturo nelle qualifiche della manodopera disponibile, come incoraggiare la mobilità e come aumentare nuove forme di organizzazione del lavoro;

migliorare le condizioni di vita: si mette in risalto la necessità di attuare e applicare più rigorosamente i regolamenti in materia ambientale.

Per quanto riguarda le politiche strutturali gli obiettivi prioritari da raggiungere attraverso gli strumenti dei Fondi strutturali sono portati a tre (al posto dei precedenti sei):

l’obiettivo 1 mira a promuovere lo sviluppo e l’adeguamento strutturale nelle regioni il cui sviluppo è in ritardo; di tale obiettivo beneficeranno nel periodo 2000-2006, in Italia, le regioni il cui PIL pro capite è inferire al 75% della media comunitaria (le medesime del periodo 1994-1999, con l’eccezione dell’Abruzzo e del Molise, quest’ultima in phasing out);

l’obiettivo 2 favorisce la riconversione economica e sociale delle zone con difficoltà strutturali, tra cui le zone in fase di mutazione socio economica nei settori dell’industria e dei servizi, le zone rurali in declino (situate fuori dalle regioni dell’obiettivo1), le zone urbane in difficoltà e le zone in crisi dipendenti dalla pesca, definite in base a criteri obiettivi fissati nei testi normativi; del nuovo obiettivo 2 beneficerà al massimo il 18% della popolazione dell’Unione, di cui il 5% nelle zone rurali;

l’obiettivo 3 favorisce l’adeguamento e l’ammodernamento delle politiche e dei sistemi di istruzione, formazione e occupazione, intervenendo nelle zone non interessate dall’obiettivo 1.

Anche le iniziative comunitarie saranno ridotte a tre: INTERREG (cooperazione transfrontaliera, transnazionale e interregionale), EQUAL (cooperazione transnazionale per combattere qualsiasi forma di discriminazione e ineguaglianza sul mercato del lavoro) e LEADER (sviluppo rurale). Il 5% degli stanziamenti d’impegno dei Fondi strutturali dovrebbe essere riservato alle Iniziative comunitarie, mentre l’1% di essi sarà riservato ad azioni innovatrici e all’assistenza tecnica.

Nonostante il fatto che le previsioni riportate in Agenda 2000 indichino, per l’agricoltura, una limitata flessione (2-3%) del numero delle aziende e degli occupati, impegnati nelle attività più tradizionali, è possibile prevedere nuove attività e nuove fonti di reddito che si renderanno realizzabili a livello di azienda e al di fuori di essa. Tra queste, la produzione di materie prime rinnovabili per scopi non alimentari, la produzione di servizi ricreativi legati alla tutela e salvaguardia dell’ambiente in relazione al fatto che si prende atto che l’agricoltura nella sua funzione produttiva non costituisce più la base principale dell’economia rurale nell’UE.

La variazione del centro delle attività aziendali su nuovi orizzonti rende esplicita la necessità di operare con strumenti formativi mirati ed aggiornati.

In sintesi, il paradigma di Agenda 2000 si poggia sui seguenti elementi:

b.       diversificazione economica attraverso la creazione di una rete di PMI innovatrici;

  1. impulso delle politiche delle conoscenze che riguardano la ricerca, l’innovazione, l’educazione, la formazione;
  2. sviluppo di forme alternative alla funzione produttiva dell’agricoltura che prevedano servizi ricreativi, di tutela del paesaggio e di difesa idrogeologica del territorio.

Orientamenti in materia di occupazione per il 1999

Secondo la risoluzione del Consiglio del 9-2-1999 gli orientamenti in materia di occupazione per il 1999 si basano sui seguenti quattro pilastri:

  1. Migliorare l’occupabilità

Si stabilisce che ogni Stato membro, entro un termine che non può superare i quattro anni deve provvedere:

·         a offrire ad ogni giovane, prima che siano trascorsi sei mesi di disoccupazione, la possibilità di ricominciare con una attività di formazione o di riqualificazione professionale, con la pratica lavorativa, con un lavoro o altra misura che ne fornisca l’inserimento professionale;

  • a offrire anche ai disoccupati adulti, prima che siano trascorsi dodici mesi di disoccupazione, la possibilità di ricominciare con uno dei mezzi succitati o, in generale con un orientamento professionale individualizzato;
  • ad aumentare sensibilmente il numero delle persone che beneficiano di tali misure. (l’obiettivo è di raggiungere il 20% dei disoccupati);
  • a riesaminare e, se necessario, modificare il proprio sistema previdenziale e fiscale. Nel contesto di una politica per l’invecchiamento attivo è importante sviluppare misure quali il mantenimento delle capacità lavorative, la formazione permanente ed altri accordi di lavoro flessibile, in maniera cui i lavoratori anziani possano anch’essi partecipare attivamente alla vita lavorativa.

Le parti sociali sono, inoltre, esortate a concludere rapidamente accordi volti ad ampliare le possibilità in materia di formazione, pratica lavorativa, tirocini o altre misure atte a facilitare l’inserimento professionale.

Per contribuire allo sviluppo di una manodopera qualificata ed adattabile, gli Stati membri e le parti sociali si dovranno adoperare per promuovere la possibilità di formazione permanente, in particolare nei settori tecnologici dell’informazione e della comunicazione.

Tenendo conto che le prospettive occupazionali sono scarse per i giovani che abbandonano gli studi senza aver acquisito le capacità necessarie gli Stati membri dovranno:

a) migliorare la qualità del loro sistema scolastico,

b) sviluppare nei giovani capacità di adattamento ai mutamenti tecnologici ed economici,

c) dotarli delle qualifiche richieste dal mercato del lavoro istituendo se del caso sistemi di apprendistato.

 

1.       Sviluppare l’imprenditorialità

Si considera essenziale per la creazione di posti di lavoro lo sviluppo e la crescita delle piccole e medie imprese (PMI).

A tal fine si delinea la necessità di una riduzione delle spese e degli oneri amministrativi in particolare in occasione della creazione di un’impresa e all’atto dell’assunzione di lavoratori supplementari, e del carico fiscale legato al lavoro. Si pone enfasi allo sfruttamento del potenziale occupazionale del settore ambientale per creare posti di lavoro.

 

  1. Incoraggiare l’adattabilità delle imprese e dei loro lavoratori

Tale pilastro è costituito dalle politiche di ammodernamento dell’organizzazione del lavoro attraverso lo sviluppo della formazione permanente, della riduzione dell’orario di lavoro e l’introduzione di contratti più adattabili.

Al fine di aumentare i livelli di qualifica all’interno delle imprese, gli Stati membri dovranno riesaminare gli ostacoli all’investimento nel capitale umano e sviluppare la formazione nell’impresa.

 

  1. Rafforzare le politiche in materia di pari opportunità fra uomini e donne

 

Italia

Il patto sociale per lo sviluppo e l’occupazione (22/12/1998)

I punti fondamentali del patto sociale possono essere individuati nei seguenti:

·         istruzione, formazione, ricerca:

·         il Governo si impegna all’organizzazione di un’offerta integrata di istruzione, formazione ricerca e trasferimento tecnologico. Si prende atto che i lavoratori ad alta qualificazione rappresentano una percentuale crescente in tutti i paesi più sviluppati e si afferma che l’offerta formativa destinata ai giovani e ai lavoratori, occupati e non occupati, deve riqualificarsi e ampliarsi su due versanti:

1) pieno coinvolgimento del sistema universitario,

2) costruzione di un sistema di Formazione Superiore Integrata (FSI) e al suo interno del nuovo canale di Istruzione e formazione tecnico-superiore.

·         Impegno per la costituzione della Fondazione per la Formazione continua, secondo le modalità definite dal regolamento di attuazione della legge 196/97. La Fondazione sosterrà la realizzazione di interventi di formazione continua previsti dai piani formativi aziendali e territoriali concordati tra le parti sociali. La Fondazione è finanziata attraverso il contributo dello 0,3% sul costo del lavoro.

  • Governo, Regioni ed Enti Locali si impegnano a riservare quote di risorse pubbliche alla formazione dei lavoratori per ogni progetto di intervento pubblico, in particolare nei patti territoriali, nei contratti d’area, nei contratti di programma di distretti. Tali risorse dovranno finanziare patti formativi locali tra istituzioni e parti sociali, finalizzati alla professionalizzazione e all’occupabilità dei lavoratori.

·         La formazione deve avere le caratteristiche di flessibilità e rispondente alle richieste del mercato del lavoro. Il Governo si impegna a inserire, nel collegato della legge finanziaria del ’99, l’obbligo di frequenza ad attività formative fino a 18 anni che avranno valore di crediti formativi.

  • Il Governo concorda con le parti sociali sulla necessità di estendere i tirocini formativi in tutti i percorsi di istruzione e formazione, come strumento indispensabile di raccordo tra formazione e lavoro, secondo modalità stabilite dall’art. 18 l.196/97 e relativo decreto attuativo (progetti formativi concordati tra strutture formative e aziende, tutoraggio, coinvolgimento di istituzioni e parti sociali).

·         Oneri contributivi e fiscali: il Governo ha introdotto nella finanziaria per il 1999 sgravi contributivi triennali per i nuovi assunti nel Mezzogiorno e l’introduzione di un credito d’imposta di un milione per ogni lavoratore nuovo assunto a tempo indeterminato nelle zone "cuscinetto". Riduzione ulteriore degli oneri contributivi sulle retribuzioni attraverso lo spostamento sulla fiscalità generale.

  • Politica di sviluppo locale: si pone enfasi all’importanza dei patti territoriali, e dei contratti d’area. È stata istituita la società "Sviluppo Italia" con funzioni di promozione dello sviluppo imprenditoriale e dell’occupazione. Il Governo si impegna ad accelerare l’attuazione del ciclo di programmazione dei fondi strutturali 2000-2006.
  • Politiche del lavoro: il Governo considera essenziale l’attuazione dei servizi per l’impiego entro il 1° settembre 1999.

Il DPEF 1999-2001

Prevede le voci che saranno finanziate negli anni 1999-2001, in linea con quanto previsto dal Patto sociale e dalla strategia europea per l’impiego.

Il DPEF prevede impegni finanziari per attivare le politiche dell’istruzione e della formazione. Gli obiettivi strategici identificati sono i seguenti:

a.       universalizzare le potenzialità di applicazione all’intera platea delle forze lavoro;

  1. minimizzare la durata del periodo di attività favorendo la mobilità dei lavoratori ed innalzando l’efficienza del mercato del lavoro;
  2. incrementare l’efficacia delle politiche in termini di reinserimento dei lavoratori nel circuito produttivo.
  3. Sviluppo locale. Proprio in questo contesto non va sottaciuto come l’agricoltura sia entrata, anche normativamente, a pieno titolo tra i settori finanziabili con gli strumenti della programmazione negoziata.

Il complesso delle politiche del lavoro mira a ridisegnare il sistema di tutela del lavoro, dipendente e autonomo: aumentando il grado di adattabilità del mercato attraverso l’utilizzo di forme contrattuali non tradizionali, attraverso strumenti di regolazione del lavoro sommerso. Il 1997, in particolare, ha segnato la predisposizione degli strumenti attuativi del Patto del lavoro.

Piano d’azione nazionale per l’occupazione 1999

Il piano per l’occupazione 1999 si inserisce nella strategia pluriennale di politica economica del Governo italiano. Esso si raccorda con le misure di politica economica del DPEF, - il Piano pluriennale delle attività in tema di istruzione, formazione, ricerca e trasferimento tecnologico (Master Plan) e i documenti preparatori per la programmazione dei fondi comunitari 2000-2006.

Il PAN 1999 si basa sui quattro pilastri definiti in sede comunitaria. In particolare, la parola d’ordine "Migliorare l’occupabilità" privilegia come canale di inserimento al lavoro i contratti di lavoro con contenuto formativo: contratti di apprendistato e contratti di formazione lavoro.

Inoltre, entro la metà dell’anno 2000 sarà attivato su tutto il territorio nazionale il nuovo Sistema informativo lavoro (SIL), per raccogliere e aggiornare in tempo reale le informazioni sulle caratteristiche dei disoccupati e sui posti disponibili nelle aziende. Saranno così superati i limiti del sistema attuale (Netlabor) che non prevede la raccolta dei dati sui posti disponibili, non è aggiornato in tempo reale e opera soltanto a livello regionale.

In tutte le Regioni poi, entro il 2003 e almeno in quattro entro il 1999, i nuovi Servizi Pubblici per l’impiego offriranno ai giovani nei primi sei mesi di disoccupazione, azioni e iniziative di orientamento alle opportunità di lavoro disponibile. Questo obiettivo implica la messa in opera del SIL e una riqualificazione del personale dei Servizi per l’impiego.

Una parte delle opportunità di impiego per i giovani dovrebbe poi essere rappresentata dall’introduzione del lavoro interinale e dalla diffusione delle forme contrattuali a orario ridotto e a tempo determinato. Per i disoccupati adulti, sono state previste forme di sgravio contributivo ed è stata costituita una sorta di promozione di iniziative per l’occupazione a partecipazione pubblica (Italia lavoro).

Governo, Regioni e parti sociali si sono impegnati a collocare gli interventi formativi nella programmazione dei fondi strutturali 2000-2006 nelle aree Ob. 1 con gli interventi di investimento e di sostegno allo sviluppo locale.

 

 Scenari di innovazione

Provvedimenti legislativi sul lavoro che hanno interessato anche il lavoro agricolo

 

La Legge 24 giugno 1997, n. 196

Ha permesso le seguenti innovazioni sul mercato del lavoro:

·         introduzione del lavoro temporaneo;

  • rafforzamento dei contratti di formazione lavoro nel sud;
  • l’allargamento e la qualificazione dell’apprendistato;
  • l’avvio della riforma della formazione professionale;
  • la riforma dei tirocini formativi e di orientamento;
  • il potenziamento dei contratti di riallineamento per favorire l’emersione del lavoro sommerso.

 

Decreto legislativo 20 dicembre 1997, n. 469

Ha confermato alle Regioni e alle Provincie la gestione del mercato del lavoro e ha previsto la liberalizzazione delle agenzie private di collocamento

 

Il pacchetto giovani

Il 22.12.98 è stato pubblicato il "pacchetto giovani" che è entrato in vigore il 06.01.99. Il testo della legge n. 441/98 "Norme per la diffusione e la valorizzazione dell’imprenditoria giovanile in agricoltura" prevede una serie di azioni per contribuire ad incentivare l’inserimento dei giovani nel mondo agricolo.

Per la prima volta vengono introdotte importanti agevolazioni fiscali per i giovani agricoltori che non abbiano compiuto i 40 anni che siano già in possesso della qualifica di imprenditore a titolo principale o coltivatore diretto o che si impegnino ad acquisirla.

Nell’ambito della legge si prevede, tra l’altro, che siano disciplinate le modalità di adeguamento della formazione professionale alle esigenze di un’agricoltura moderna.

 

I contratti nazionali di lavoro

Nel settore vigono, allo stato attuale, due ordini di contratti: quello per i quadri e gli impiegati agricoli e quello per gli operai agricoli e florovivaisti.

Quest’ultimo, in particolare, introduce per la prima volta in agricoltura gli istituti contrattuali previsti dalla L.196/1997 ("pacchetto Treu"): lavori interinale, part-time, contratto di apprendistato.

Per il lavoro interinale e l’apprendistato la componente formativa assume una particolare importanza affinché tali strumenti possano dispiegare la loro efficacia sul mercato del lavoro.

Il lavoro interinale: tale istituto prevede la possibilità per le aziende di assumere lavoratori temporanei per il tramite di agenzie specializzate. Stante il diffuso fenomeno del caporalato, in particolare nelle regioni meridionali, vengono introdotte limitazioni a) territoriali: può essere applicato in Lombardia, Veneto, Trentino, Umbria, Puglia e Basilicata b) numeriche: i lavoratori a tempo determinato non possono superare il 15% dei lavoratori a tempo indeterminato.

L’apprendistato: il periodo di apprendistato è di 48 mesi per gli operai specializzati e di 24 mesi per gli operai qualificati. Il numero di apprendisti non può superare quello dei lavoratori specializzati e qualificati. In assenza di queste figure, il numero non può essere superiore a tre unità. Il contratto lascia ampia libertà alle parti per migliorare a livello locale quanto previsto in sede nazionale.

Nel contratto si prevede, infine, che ogni azienda possa stipulare due contratti part-time ed in aggiunta potrà assumere con tali contratti altri lavoratori in relazione agli impiegati con orario ordinario. Le prestazioni minime di part-time in agricoltura sono state fissate in 24 ore a base settimanale, 72 ore a base mensile e 500 ore a base annua.

La classificazione del personale è definita secondo tre aree professionali (in sostituzione delle due previste dal contratto precedente): operai specializzati, operai qualificati, operai generici.

L’ultimo aspetto innovativo è la collaborazione tra le parti: si da concreta attuazione agli osservatori di ricerca e di monitoraggio del lavoro a livello nazionale, regionale e provinciale. Inoltre, vengono istituiti organismi bilaterali, qual è appunto AGRIFORM, per favorire la formazione professionale e si prevedono azioni bilaterali per la riorganizzazione del mercato del lavoro.

 

I comparti produttivi

L’evoluzione dei comparti produttivi ha un’immediata influenza sulla dimensione quantitativa degli occupati e sulle esigenze formative.

Al fine di avere un quadro di riferimento per l’analisi dell’occupazione a livello di comparto è utile analizzare le Organizzazioni Comuni di Mercato che interessano i principali comparti produttivi dell’agricoltura.

OCM ortofrutta.

Non viene previsto nessun aiuto al reddito ma solo la riduzione del sostegno dei prezzi

Obiettivi ed azioni del piano operativo:

a.       organizzazione e razionalizzazione della produzione;

  1. valorizzazione e promozione della produzione;
  2. riduzione dei costi;
  3. misure ambientali.

Le azioni previste per l’obiettivo a) consistono nel controllo dell’offerta con analisi territoriale e mappatura della produzione attraverso un sistema di rilevamento informatico e nelle ricerche di mercato per adeguare la produzione alla domanda.

Per l’obiettivo b) si prevedono azioni volte a promuovere la concentrazione dell’offerta e lo sviluppo della valorizzazione commerciale.

Per l’obiettivo c) si punta sull’adozione di tecniche innovative sotto il profilo agronomico che permettono un minor impiego di manodopera nelle operazioni colturali e su macchine e linee di lavorazione innovative nella fase di raccolta, produzione e post-raccolta (es.: razionalizzazione degli spazi attraverso sistemi di movimentazione automatizzati).

 Per l’obiettivo d) si prevedono le seguenti azioni:

a.       ricerca di nuove aree di commercializzazione

  1. acquisizione di nuove macchine agricole
  2. imballaggi innovativi
  3. mezzi tecnici specifici
  4. consulenti esperti in tematiche ambientali, consulenti per assistenza tecnica, tecnici di marketing, etc.

OCM vitivinicolo

·         riduzione del potenziale viticolo comunitario

  • limitazione dell’esercizio dei diritti di reimpianto
  • qualità
  • nessuna protezione per l’importazione da paesi extra-UE

 OCM cereali

·         Riduzione sostegno prezzi

  • Aumento pagamenti compensativi in base agli ettari

 OCM carni bovine

·         Riduzione sostegno dei prezzi e premio pagato in base al numero di capi.

  • Misure per migliorare la qualità, l’organizzazione della produzione, trasformazione e commercializzazione, previsioni a breve e lungo termine
  • Sono favoriti gli allevamenti estensivi

 OCM florovivaismo

·         Norme per la qualità

OCM latte

·         riduzione sostegno dei prezzi

OCM olio

·         Abolito l’aiuto al consumo

  • Aiuto alla produzione dato in base alla produzione effettiva

OCM tabacco

·         Premi modulati ad ettaro in funzione della qualità

  • Soppressione di ogni protezione del mercato interno
  • Riorientamento della produzione verso le effettive possibilità di sbocco offerte da una domanda di mercato in continua contrazione che tende a privilegiare varietà a basso contenuto di nicotina

 

Le OCM dei comparti cerealicolo e zootecnico (carne e latte) disciplinano quasi esclusivamente il sostegno ai prezzi, mentre le altre sembrano avere una politica diversa più coerente agli orientamenti di Agenda 2000. Tale diversità però contiene una minore protezione e una minore importanza nelle decisioni comunitarie dei prodotti mediterranei.

Accanto alla modifica delle OCM viste sopra sono previste 3 misure di accompagnamento: agroambientale, prepensionamento e forestazione (presto integrate nel nuovo regolamento FEAOG sullo sviluppo rurale. Queste tre misure appaiono come uno strumento per l’integrazione dei redditi aziendali in quelle realtà marginali dove minori sono le possibilità di integrazione con le attività extragricole e più forti i rischi di spopolamento.

Attualmente non sono disponibili dati statistici in relazione agli occupati che lavorano nei diversi comparti del settore. D’altra parte, a livello di ogni comparto è difficile valutare l’effetto netto delle politiche e disposizioni legislative analizzate.

Una prima simulazione, di larga massima, può essere condotta considerando per ogni comparto un processo produttivo particolarmente rappresentativo. In tal modo siamo in grado di calcolare approssimativamente il numero di ore lavorative per ettaro necessarie per la produzione. Considerando quindi gli ettari coltivati in un anno è possibile stimare il numero totale di ore lavorative per l’intero comparto.

Confrontando tra loro i risultati derivanti da questa stima è possibile calcolare il diverso peso che hanno attualmente i comparti nell’assorbire lavoro: attribuendo tale peso agli occupati complessivamente impegnati in agricoltura si può ricostruire un quadro di attribuzione degli occupati per comparto.

Da una breve analisi dei diversi comparti, si evince che attualmente quelli che hanno maggiori superfici investite sono quelli che richiedono minor numero di ore lavorative, e un grado di specializzazione minore.

 

La valorizzazione delle risorse umane in agricoltura

Dall’analisi che precede appare evidente come la valorizzazione delle risorse umane rappresenti la variabile strategica per consentire alle aziende agricole italiane di adeguarsi al contesto evolutivo che le vede coinvolte a livello europeo e specificamente italiano.

Le politiche comunitarie spingono verso l’estensivizzazione ed una maggiore meccanizzazione, quindi è realistico pensare ad un futuro ulteriore calo dell’occupazione nei comparti delle colture intensive o nei comparti dove è incentivata la meccanizzazione (vedi P.O. OCM ortofrutta). Inoltre il calo potrebbe essere ancora più consistente laddove sia necessario un grado di specializzazione elevato, e qualora aziende e dipendenti non siano in grado di competere sul mercato mondiale adattandosi mediante strumenti formativi specifici.

È ragionevole aspettarsi quindi nel prossimo futuro un ulteriore calo dell’occupazione in agricoltura in tutti i comparti ma in special modo per i comparti delle colture mediterranee. Naturalmente tale calo è da collegare direttamente alla fuoriuscita dal mercato di intere aziende e non all’espulsione di manodopera dipendente. Anzi, al contrario, è ipotizzabile che le aziende che permarranno attive nel mercato saranno quelle maggiormente strutturate e, tendenzialmente, con la maggior quota di dipendenti.

Lo scenario ipotizzabile della composizione del lavoro dipendente è quello che vede un aumento della specializzazione del lavoro regolare sia nella funzione produttiva che in quella commerciale.

Il mercato tenderà ad escludere le forze di lavoro che non hanno un grado di formazione adeguato alle nuove esigenze, sia per i giovani che per chi giovane non è più. Questo aspetto va tenuto presente, tra l’altro, nella gestione della formazione degli extracomunitari che normalmente svolgono attività ricoperte da risorse a basso livello di scolarità.

Contestualmente a questo quadro va sottolineato come gli strumenti comunitari mirino a sviluppare forme alternative di occupazione agevolando nelle aree rurali la costituzione di servizi ricreativi, di tutela del paesaggio e di difesa idrogeologica del territorio nonché il sostegno a quei comparti che riusciranno a produrre in modo competitivo produzioni agricole di interesse non alimentare e importanti per il settore industriale (industria carburanti e lubrificanti, industria chimica, industria farmaceutica). Anche in questo caso lo scenario ipotizzato, che muta radicalmente le tradizionali attività agricole, deve essere accompagnato da politiche formative specifiche, per le quali vanno definiti quantitativamente, qualitativamente e territorialmente gli obiettivi.